A cura di Lorenzo Grassi
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Compie cento anni, dimenticato in solitudine dentro Villa Borghese, uno degli impianti più originali della storia del trasporto pubblico a Roma e probabilmente la tratta di Tpl più corta al mondo. È l’ascensore a due cabine, inaugurato il primo agosto del 1926 nell’allora Villa Umberto, che superando un dislivello di quasi 15 metri collegava il livello del parco con le sottostanti fermate dei tram che percorrevano viale del Muro Torto. L’impianto – proposto nel 1924 dall’ingegnere Marcellino Girola – fu realizzato dall’architetto Galli a ridosso dei muraglioni, mimetizzato in una costruzione a torre. Era dotato di un pozzo per le due cabine indipendenti con porte scorrevoli, scale di servizio per gli agenti, sala macchine, quadro elettrico e due stazioni (quella superiore in un edificio dalle forme classicheggianti cinquecentesche).

Gestito dalla Atg (poi Atag) era in servizio dalle 7 alle 23, con corse ogni cinque minuti, in coincidenza con gli arrivi delle vetture delle linee tramviarie 45 e 46 dirette al nuovo quartiere Trionfale e, in direzione opposta, verso i capolinea di piazza Verbano e piazza Indipendenza. L’ascensore del Muro Torto rimase in funzione sino all’autunno del 1959, quando la supremazia degli autobus e la rimozione dei binari del tram per i lavori in vista delle Olimpiadi lo costrinsero alla resa (durante i Giochi del 1960 fu provvisoriamente riattivato il sabato e la domenica). Poi è finito in un oblio che sembra destinato a durare a lungo: il restauro della torre monumentale dell’ascensore di Villa Borghese, infatti, è rimasto fuori dagli interventi effettuati al Pincio grazie ai fondi Pnrr, che si sono concentrati sulla vicina Terrazza del Belvedere, sui muraglioni storici e sulla Rampa Kauffman.

Eppure, in diverse occasioni, è stato auspicato un recupero funzionale di questo impianto che potrebbe ritrovare una sua ragion d’essere nella radicale trasformazione dell’asse di viale del Muro Torto e che un secolo fa appariva all’avanguardia dell’ingegneria meccanica – tra funi, argani, carrucole e verricelli – con le due cabine dotate di pannelli con i comandi di marcia, allarme sonoro, lanterna di sicurezza per i blackout e telefoni d’emergenza per mettersi in contatto con il centro di controllo di piazzale Flaminio.

«Tra Pincio e Villa Borghese un ascensore avrebbe dato ai frequentatori delle ville un nuovo rapidissimo e centralissimo accesso – scriveva la rivista Capitolium – risparmiando le fatiche di un gran giro tortuoso. La popolazione di Roma non ha dimestichezza con i pubblici ascensori, ma l’idea della nuova installazione era in geniale corrispondenza con quel progresso onde è animata la nostra città. Questo nuovo ed importante servizio pubblico – concludeva – è stato simpaticamente accolto dalla cittadinanza, che da allora in poi ne ha fatto largo uso».

Storicamente Villa Borghese può vantare anche un altro originale ascensore sul lato di piazza di Spagna: qui nel 1893, alla fine di vicolo del Bottino – dove oggi si entra nella stazione della metro A – fu installato un impianto con forza motrice idrica (supportata da un motore a gas). Funzionava con un contrappeso che veniva di volta in volta riempito con l’acqua e poi svuotato per consentire alla cabina di muoversi su e giù. Il flusso era fornito dall’antico Acquedotto Vergine di epoca romana e il “bottino” altro non era che una cisterna – destinata ad alimentare i condotti della omonima via – che fu distrutta durante i lavori. L’ascensore, progettato dall’ingegnere De Benedetti, aveva una cabina comoda ed elegante che poteva ospitare sino a 10 persone. Ora per salire dalla metro A sino a Trinità dei Monti (con una piccola rampa finale a piedi) ci sono gli ascensori gestiti da Atac.