A cura di Lorenzo Grassi
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«Unanimemente i romani rivolsero il loro pensiero al Papa; egli aveva avuto un ruolo fondamentale nel salvare la loro città; li aveva protetti dal terrore della battaglia nelle loro strade; lo avrebbero ringraziato. Alle 7 del mattino e di nuovo alle 10, folle esultanti si riversarono in piazza San Pietro invocandolo. Entrambe le volte egli apparve alla finestra del suo studio, ricambiò i saluti e li benedisse. Nello stesso istante un aereo sorvolò la zona a bassa quota e lanciò dei fiori». A riferire l’inedito episodio del colorato bombardamento avvenuto la mattina del 5 giugno 1944 è la religiosa americana Jessica Lynch nel suo diario “Inside Rome with the Germans”.
La Capitale aveva vissuto ore concitate e nei quartieri a Nord le stava ancora vivendo (come testimonia l’episodio del martirio di 12enne Ugo Forno al ponte ferroviario sull’Aniene). Sino all’ultimo si era temuta una battaglia lunga e cruenta in pieno centro abitato tra le truppe Alleate in arrivo da Sud e quelle tedesche in ritirata. E in effetti nella giornata del 4 giugno gli scontri, seppure sporadici, non erano mancati. Il 3 giugno erano intercorse frenetiche trattative tra gli emissari di Papa Pio XII (in particolare Montini e Tardini) e quelli di Kesselring (l’Ambasciatore tedesco in Vaticano Von Weizsäcker).

«Si era discusso tra comandi tedeschi dell’opportunità di difendere Roma e di farne una seconda Stalingrado – ricorda Attilio Tamaro nel suo libro “Due anni di storia 1943-1945” – la cosa, ben vista da Hitler, pareva già decisa, quando a Rahn riuscì di ottenere che la decisione fosse lasciata a Kesselring. E questi, sia che sapesse di non aver forze necessarie, sia che stimasse inutile ai suoi piani un lungo arresto nella città non più difesa a est e a ovest, sia infine che provasse orrore all’idea di sacrificare alla guerra tanta bellezza e tanta civiltà, stabilì di non fermarsi a Roma e di non combattere nelle sue strade. Il Vaticano ne fu informato e invitato a far riconoscere i diritti della Città aperta anche agli angloamericani, che rifiutarono di impegnarsi. Il pericolo stava ora nella possibilità che, considerando Roma base operativa angloamericana, i tedeschi venissero a bombardarla».

Il 2 giugno 1944 il Papa – che già aveva scritto al presidente Roosevelt – ammonì nuovamente i belligeranti e, accennando all’essere stata Roma la città più rispettata negli ultimi tempi, disse: «Noi nutriamo la speranza che questa più equa e moderata tendenza prevalga su contrarie considerazioni di apparente utilità e sulle cosiddette esigenze e necessità militari, e che l’Urbe sia in ogni caso e ad ogni costo preservata dal divenire teatro di guerra. Perciò non dubitiamo di ripetere ancora una volta con eguale imparzialità e doverosa fermezza: Chiunque osasse di levare la mano contro Roma, sarebbe reo di matricidio dinanzi al mondo civile e nel giudizio eterno di Dio».

Già qualche mese prima, il 12 marzo 1944, nel suo discorso “ai profughi di guerra rifugiatisi in Roma e agli abitanti dell’Urbe” il Pontefice aveva lanciato il suo monito, parlando di un’ora «particolarmente grave per la tanto martoriata Città di Roma, dilacerata nelle vive carni dei suoi abitanti orribilmente uccisi, mutilati o feriti, e ove più acute si sono moltiplicate le sofferenze e più impellenti e quotidiani i bisogni» e ricordando che «se ognuna delle città colpite, in quasi tutti i continenti, da una guerra aerea che non conosce leggi né freni, è già un terribile atto di accusa contro la crudeltà di simili metodi di lotta, come potremmo Noi credere che alcuno possa mai osare di tramutare Roma – questa alma Urbe, che appartiene a tutti i tempi e a tutti i popoli, e alla quale il mondo cristiano e civile tiene fisso e trepido lo sguardo – di tramutarla, diciamo, in un campo di battaglia, in un teatro di guerra, perpetrando così un atto, tanto militarmente inglorioso, quanto abominevole agli occhi di Dio e di una umanità cosciente dei più alti e intangibili valori spirituali e morali?».

Il 21 aprile 1944 il Presidente americano Franklin Delano Roosevelt aveva riposto così ad una lettera inviata dal primo ministro della Repubblica d’Irlanda, Eamon De Valera: «Ho ricevuto, per il tramite del Vostro Ministro, la Vostra recente comunicazione concernente il pericolo ora minacciante la città di Roma. Condivido la vostra ansietà circa la preservazione di quell’antico monumento della nostra comune fede e civiltà. È ben noto che le Autorità Militari Americane in Italia sono impegnate in una linea di condotta mirante ad evitare di recar danni alle cose sacre ed ai monumenti storici – nel limite umanamente consentito dalla guerra moderna. Questo si applica alla città di Roma come pure alle altre parti d’Italia ove le forze delle Nazioni Unite sono impegnate in attivi combattimenti. Abbiamo scrupolosamente cercato – e spesso a costo di soverchi sacrifici – di risparmiare monumenti religiosi e culturali, e continueremo a farlo. Tuttavia, nel rivolgere un appello al Governo degli Stati Uniti per preservare Roma dalla distruzione, Voi, naturalmente, non ignorate che i tedeschi, occupando la capitale italiana con la forza, si servono nei limite delle sue capacità della rete di comunicazioni e di altre agevolazioni che offre la città di Roma, onde proseguire una operazione militare di natura puramente tedesca. Se le forze germaniche non fossero trincerate in Roma, la questione della preservazione della città non si porrebbe. Prendo nota che avete mandato una simile comunicazione al Governo tedesco. La sorte di Roma dipende da quella sede».

Il 3 giugno 1944 monsignor Tardini annotava gli scambi avuti con l’Ambasciatore di Spagna, Domingo de las Barcenas, che stava mediando con l’Ambasciata di Germania avendo ricevuto “carta bianca” da Franco. Il diplomatico spagnolo «è dunque d’avviso che per la salvezza di Roma si potrebbe procedere nel modo seguente (è da premettere che tra alleati e tedeschi ci sono già stati contatti ed intese in materie particolari riferentesi alla guerra, come ad esempio piccole tregue per seppellire i cadaveri. Quindi non è impossibile, pur nel mezzo della lotta, discutere ed accordarsi su qualche cosa). Bisognerebbe stabilire un perimetro che contenesse Roma e le sue immediate adiacenze. Questo sarebbe il primo punto da discutere e concludere. Poi si dovrebbe stipulare una specie di “sospensione delle ostilità” per “una data fissa”. L’Ambasciatore vuol dire: “per un determinato spazio di tempo”. In questo spazio di tempo “tutti” i tedeschi abbandonerebbero il perimetro di Roma e gli Alleati non vi penetrerebbero prima che i tedeschi ne fossero usciti. Nell’intermezzo tra la partenza di questi e l’arrivo di quelli, la Polizia italiana dovrebbe garantire l’ordine. Per la popolazione dovrebbe proclamarsi uno stato d’emergenza. S.E. Weizsäcker crede che la Santa Sede potrebbe prendere questa iniziativa. Bisognerebbe però “farla nel monumento opportuno”. Qui sta il difficile. S.E. Weizsäcker farà sapere quando tale momento sarà giunto. Questa sera è stato chiamato dal gen. Metzel».

Alle 22.30 del 3 giugno 1944 l’Ambasciatore di Germania Weizsäcker si recava d’urgenza alla Segreteria di Stato Vaticana. Annota ancora Tardini: «L’Ambasciatore ha parlato con Kesselring e con Metzel. Porta un progetto per un accordo tra le due parti belligeranti. Lo scopo è, dice lui, di salvare Roma, in armonia al desiderio della S. Sede. Scorro il progetto: si tratta di riconoscere una parte di Roma, come cita aperta. A me il progetto pare sia fatto più per salvare la ritirata delle truppe tedesche che per salvare Roma». Tardini gli esprime diverse critiche: «I limiti della Città Aperta, come sono proposti, lasciano fuori una buona parte di Roma: mi pare rimanga fuori anche S. Paolo. Ora il Papa ha sempre insistito perché “tutta” Roma sia salva: né sembra bene che il Papa stesso ora limiti (o appoggi la limitazione) tale incolumità; tanto più che, da due mesi a queste parti, gli Alleati non hanno più bombardato se non le zone estremamente periferiche dell’Urbe. Come si fa ora ad… autorizzarli a bombardare una parte di Roma?». Tardini fa notare ancora «che i tedeschi hanno occupato Roma fino a questo momento; le loro truppe son passate spesso attraverso il centro della città. Militari son venuti a S. Pietro e in Vaticano. Gli Alleati si obbligheranno a non “entrare” in quella zona centrale? Che anche la notte passata, dalle 1 alle 4, per il corso Vittorio è stato un continuo sfilare di artiglieria ippotrainata. S. E. Weizsäcker tenta negarlo: secondo lui erano i viveri per la popolazione di Roma. Che la S. Sede farà, del resto, tutto il possibile perché si abbia un contatto tra le due parti belligeranti. Chi sa che questo primo contatto, fatto in nome e a vantaggio di Roma, non sia un buon auspicio! L’Ambasciatore suggerisce, lui stesso, la forma con cui la S. Sede dovrebbe comunicare il progetto agli Alleati. Dichiara che Kesselring è calmo; che non c’è urgenza, ma aggiunge che il fatto stesso della sua venuta in Segreteria a quell’ora mostra che non bisogna tardare. L’Ambasciatore vuol parer sereno e tranquillo, ma non lo è. Ha addosso fretta e paura. Esce alle 23,10. Di fuori, per via della Conciliazione e per piazza S. Pietro passano, rumorosamente, tanti carri armati. Sono i tedeschi che fuggono, attraversando la Città aperta».

Nella notte tra il 3 e il 4 giugno 1944 il delegato apostolico a Washington Cicognani scriveva al cardinale Maglione: «Oggi Supreme Autorità militari britanniche e americane hanno emesso una dichiarazione con cui affermano essere unico loro scopo distruggere e eliminare le forze tedesche in Italia. Vogliono prendere ogni precauzione per risparmiare innocenti e monumenti cultura e religione particolarmente Roma, sede di Sua Santità e di uno stato neutrale. “Faranno azioni militari contro Roma, soltanto se tedeschi useranno ferrovie, strade scopo militare. Se tedeschi scelgono di difendere Roma, alleati saranno obbligati prendere debite misure militari per cacciarli. È pertanto loro speranza che nemico non farà così sconsigliata scelta”». La mattina del 4 giugno 1944, alle ore 5.30, monsignor Montini telefonava a Tardini «per dirmi che l’Ambasciatore ha dettato (per telefono) il punto 1, quello relativo ai limiti della Città aperta. Ore 7.50. L’Ambasciatore di Germania mi manda il testo del punto “primo”. Mi pare che abbia modificato abbastanza quello di ieri sera. Alle 9.50 consegno il progetto tedesco al sig. Montgomery perché lo spedisca in cifra a Londra. Alle 10 vado in udienza dal S. Padre. Decide di avvisare con breve telegramma il Delegato apostolico di Washington, monsignor Finocchi».

«Intanto tutta la notte tra il 2 e il 3 giugno, tutta la notte tra il 3 e il 4 giugno è stato un continuo passaggio attraverso Roma di carri armati, camion, cavalli ecc. tedeschi – segnalava Tardini – le truppe si ritiravano: in ordine, sl, ma erano stanche e abbattute. A molti facevano pena. Avevano requisito tutti i mezzi possibili di trasporto: automobili, carrozzelle da piazza con il vetturino, fin anche carri con i buoi. È una teoria interminabile. La popolazione guarda e non dice nulla. Dà prova di disciplina. Lo spettacolo è desolante perché si vedono militari avviliti, demoralizzati, sfiniti (se gli Alleati avessero fegato e velocità ne avrebbero fatti prigionieri decine di migliaia!): ma è anche consolante perché si vedono umiliati i prepotenti, annientati i violenti».
Alle 17 del 4 giugno 1944 Tardini incontrava il Ministro inglese che gli consegnava una lettera urgente. «La leggo. Gli dico: Che anch’io ho fatto le stesse osservazioni a S.E. l’Ambasciatore di Germania: ma che la S. Sede non ha potuto rifiutarsi di trasmettere il progetto. Che il progetto tedesco è troppo macchinoso ed è tardivo. Che “utile” però sarebbe un “incontro” tra ufficiali delle due parti. Chi sa che da questo incontro non potrebbe nascere qualche cosa di più ampio e benefico».

Negli stessi momenti il Decano dei Parroci, padre Gilla Vincenzo Gremigni, stava dando lettura nella chiesa di Sant’Ignazio (dove dal 20 maggio era stata portata per sicurezza l’immagine della Madonna del Divino Amore) della formula della promessa per la salvezza di Roma: «Oggi, festa della Santissima Trinità, i cattolici romani, rispondendo con cuore filiale all’invito ad essi rivolto dal loro Vescovo e Padre, Sua Santità il Papa Pio XII, di offrire alla Santa Vergine, Madre di Dio e Madre degli uomini, particolari preghiere per l’incolumità di Roma, e per la pace del mondo, piamente e fervidamente terminato il mese sacro a Maria, nelle penosissime contingenze che stringono di ferro e fuoco la città Eterna, mossi dal vivo spontaneo desiderio d’implorare secondo le ricche sante tradizioni dei loro maggiori, la materna pietà e il potentissimo aiuto della Gran Madre di Dio, fanno solenne promessa dinanzi alla venerata effige della Madonna del Divino Amore, così cara ai fedeli romani: 1) Di ricondurre la propria vita a cristiana austerità di costumi; 2) Di contribuire come possono alla fondazione di una opera di religione e di carità, in modo che rimanga nei secoli memoria della pietà riconoscente del popolo romano verso la Madonna Santissima». Il voto veniva espresso in fretta, per via del coprifuoco che scattava alle 19.
Il giorno dopo, la fine dell’incubo. «Nel pomeriggio di ieri le truppe alleate si sono avvicinate. La notte tra il 4 e il 5 sono entrate in Roma – scriveva Tardini – con una bella luna. Roma è, grazie a Dio, quasi intatta. La bufera è stata molto meno dura di quanto si poteva prevedere. Intanto il macchinoso progetto tedesco è rimasto lettera morta. Sempre loro, con l’inguaribile tendenza a complicare le cose! Se avessero detto agli Alleati: facciamo un incontro di ufficiali allo scopo di garantire la salvezza di Roma, si poteva, forse, ottenere subito l’abboccamento. I progetti, i punti ecc. avrebbero potuto discutersi allora. Ma…».

«Profondamente consapevole della realtà benefica e insostituibile delle sue salutari sollecitudini – le uniche che insieme alle innumerevoli provvidenze di carità hanno fatto scorgere un raggio di speranza e di umanità in mezzo ai terrificanti orrori del conflitto – il popolo romano, come primissimo attestato dei suoi sentimenti, ha voluto subito adunarsi in forte gruppo in piazza San Pietro ed esternare al Santo Padre, al “Defensor Civitatis“, gli atti della commossa gratitudine e della incrollabile devozione – si legge nella cronaca dell’Osservatore Romano della Domenica – Nella stessa piazza dalla quale Egli aveva chiesto che Roma non divenisse teatro di guerra è stato espresso a Lui il primo grazie».
«Non erano ancora le 7 di lunedì 5 giugno – proseguiva la cronaca – e già intorno all’obelisco un’adunanza entusiastica di popolo volle costituirsi in avanguardia di gratitudine. Acclamazioni reiterate, insistenti, durarono tanto che una finestra dell’appartamento privato di Sua Santità venne aperta, e nell’ampia cornice apparve la candida figura benedicente del Successore di Pietro. Più tardi, verso le 10,15 la manifestazione s’è rinnovata, ardentissima. La capeggiava l’Associazione giovanile cattolica di S. Giuseppe al Trionfale con vessilli e scritti inneggianti al Papa ed alla religione cattolica. Anche questa volta Sua Santità si è mostrato alla folla dalla finestra della Sua biblioteca privata ove teneva udienza, e più volte ha benedetto con grande effusione. La sera alle 18 si è avuta la grande dimostrazione».

Nel suo diario il Pro-Segretario di Stato Vaticano, monsignor Domenico Tardini, sulla mattinata del 5 giugno riportava una seconda curiosità: «Questa mattina alle 7 il Papa si è affacciato per benedire la folla, alle 10 idem. C’era un carro armato americano a piazza San Pietro: il Papa mi ha telefonato tre volte per farlo allontanare. Incarico mons. Carroll e Vagnozzi. Tornano dando assicurazioni. Un altro carro armato sopraggiunge. Il Santo Padre non si affaccia più». Tornerà ad affacciarsi solo nel pomeriggio quando, chiamata a raccolta da un veloce tam tam in tutta Roma, una folla gigantesca era convenuta in piazza San Pietro. In quella occasione pronunciava il breve discorso “al popolo romano”: «Roma, ieri ancora trepidante per la vita dei suoi figli e delle sue figlie, per la sorte d’incomparabili tesori di religione e di cultura, con dinanzi agli occhi lo spettro terrificante della guerra e di inimmaginabili distruzioni, guarda oggi con nuova speranza e con rafforzata fiducia alla sua salvezza – disse Pio XII – perciò con animo profondamente grato, Noi eleviamo, in lode e in adorazione, la mente e il cuore al Dio uno e trino, al Padre, al Figliuolo e allo Spirito Santo, nel cui solenne giorno festivo, per misericordia divina ispirante ad ambedue le Parti belligeranti intenti di pace e non di afflizione, l’Eterna Città è stata preservata da incommensurabile pericolo».
«Con indicibile riconoscenza noi veneriamo la Santissima Madre di Dio e Madre nostra, Maria, che al titolo e alle glorie di Salus populi romani ha raggiunto una nuova prova della sua benignità materna, che rimarrà in perenne memoria negli annali dell’Urbe. Noi ci chiniamo riverenti dinanzi agli Apostoli Pietro e Paolo, la cui potente mano ha protetto la terra, che fu già impregnata del sudore delle loro fatiche apostoliche e del sangue del loro glorioso martirio».

«Voi però, figli di Santi ed eredi di un passato unico nella storia, mostratevi degni della grazia ricevuta e conformate la vostra vita e i vostri costumi alla gravità e alla serietà dell’ora presente e ai formidabili doveri che vi attendono nell’avvenire – ammoniva ancora il Pontefice – superate gl’impulsi alle interne e alle esterne discordie con lo spirito di magnanimo amore fraterno. Frenate gl’istinti del rancore, della vendetta e dell’egoismo coi sentimenti di nobile e saggia moderazione e di accresciuta soccorrevole sollecitudine verso i poveri e i sofferenti. Sursum corda! In alto i cuori: Noi vi gridiamo. E siamo certi che i vostri cuori unanimi e senza eccezione risponderanno: Habemus ad Dominum: Li abbiamo innalzati al Signore! Con tale speranza impartiamo a tutti voi, diletti figli e figlie, alle vostre famiglie, ai vostri cari, vicini e lontani, sani e malati, come pegno dei più abbondanti favori celesti, la Nostra paterna Apostolica Benedizione».

Sempre il 5 giugno 1944 veniva radiodiffuso un messaggio del presidente americano Roosevelt: «Ieri, 4 giugno 1944, Roma è caduta nelle mani delle truppe americane e alleate – diceva – la prima delle capitali dell’Asse è ora nelle nostre mani. Una è conquistata, ne mancano due! È forse significativo che la prima di queste capitali a cadere sia anche quella con la storia più lunga. La storia di Roma risale alle origini della nostra civiltà. Possiamo ancora ammirare monumenti dell’epoca in cui Roma e i Romani controllavano tutto il mondo allora conosciuto. Anche questo è significativo, perché le Nazioni Unite sono determinate a impedire che in futuro una singola città e un solo popolo possano controllare il mondo intero». Roosevelt ricordava anche il ruolo di Roma come faro della cristianità e, con profonda soddisfazione, sottolineava che «ora la libertà del Papa e del Vaticano verrà garantita dagli eserciti delle Nazioni Unite». Quanto ai tedeschi in fuga, «non vanno certo ringraziati se Roma è stata risparmiata dalla devastazione che i tedeschi hanno inflitto a Napoli e ad altre città italiane. I generali alleati hanno manovrato con tale abilità che i nazisti avrebbero potuto avere il tempo necessario a danneggiare Roma solo a rischio di perdere i loro eserciti».

L’11 giugno 1944 il voto a Maria “Salus Populi Romani” veniva ripetuto in tutte le parrocchie di Roma» e Pio XII poteva recarsi finalmente nella Chiesa di Sant’Ignazio dove era esposta l’immagine veneratissima della Madonna del Divino Amore e celebrare una messa di ringraziamento alla “Salvatrice dell’Urbe”. Durante l’omelia disse: «Noi oggi siamo qui non solo per chiederLe i suoi celesti favori, ma innanzitutto per ringraziarLa di ciò che è accaduto, contro le umane previsioni, nel supremo interesse della Città eterna e dei suoi abitanti. La nostra Madre Immacolata ancora una volta ha salvato Roma da gravissimi imminenti pericoli; Ella ha ispirato, a chi ne aveva in mano la sorte, particolari sensi di riverenza e di moderazione; onde, nel mutare degli eventi, e pur in mezzo all’immane conflitto, siamo stati testimoni di una incolumità, che ci deve riempire l’animo di tenera gratitudine verso Dio e la sua purissima Madre».

Una devozione giunta sino ad oggi, considerato che il nuovo Calendario della Diocesi di Roma (approvato il 25 aprile 2023 con Decreto della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti) ha istituito la memoria liturgica di Santa Maria “Salus Populi Romani” da celebrarsi il 4 giugno di ogni anno.

Il 25 giugno 1944, nell’assumere la ripristinata carica di Sindaco di Roma, il Principe Doria rivolgeva un discorso ai concittadini nel quale – come si legge sui giornali dell’epoca – «ha voluto anzitutto innalzare a nome di tutti “l’espressione di devota gratitudine alla Divina Provvidenza per i segnalati benefici elargiti, pur in tanto travagliato periodo, a questa Città, principalmente con l’averla preservata, per opera della sua incommensurabile misericordia, dalle conseguenze più micidiali e distruttive della battaglia svoltasi per lunghissimi mesi nelle immediate vicinanze e conclusasi alle sue porte”». Il Sindaco concludeva con un appello «per uno spirito di civico e fraterno amore, per un sincero desiderio di reciproca comprensione e concordia di animi nel quale, sono certo, ci impegna il ricordo di tanti nostri morti». In due parole «da romano a romano: Volemose bene!».