Storie

Un secolo di sci sulla Maiella

A cura di Lorenzo Grassi
© lorenzograssi.it

Questa storia parte da lontano. E ci farà scoprire alcune suggestive ricorrenze sciistiche sulle montagne dell’Appennino Centrale, sorprendentemente inedite. Iniziamo da una ben nota: i 140 anni che festeggerà in autunno il Rifugio Garibaldi, inaugurato il 19 settembre 1886 e punto di riferimento per l’alpinismo sul Gran Sasso. Un po’ meno per lo scialpinismo, perchè spesso e volentieri sommerso dalla neve. Resta però sempre visibile la piccola piramide dove riposano le spoglie dell’ingegnere Edoardo Martinori, tra i fondatori della Sezione CAI di Roma.
Protagonista di una seconda ricorrenza, sempre del 1886 ma meno conosciuta.

La piramide che racchiude i resti di Edoardo Martinori.

Centoquaranta anni fa Martinori, di ritorno da una traversata della Lapponia, si portò a casa un paio di sci, che poi regalò alla Sezione suscitando stupore e meraviglia. Furono tra i primi attrezzi del genere mai arrivati in Italia. Ventidue anni dopo, nel 1908, veniva fondato nella Sezione CAI capitolina lo Ski Club Roma, poi ribattezzato Gruppo Romano Skiatori (infine italianizzato in Sciatori). Ancora qualche anno e sarebbe arrivato il primo vagito scialpinistico.

Lo stemma del Gruppo Romano Sciatori della Sezione capitolina del CAI.

Il 7 dicembre 1914 tre soci della SUCAI – il duca Carlo Caffarelli, Leonardo Rizzani e Gino Bramati – furono protagonisti del primo tentativo di ascensione “in sky” (scritto con la k e la y) del Corno Grande. Come si legge nella relazione sul libro del Rifugio Duca degli Abruzzi, partiti alle 9 e percorsa per mezz’ora la cresta a piedi per il forte vento, avevano poi calzato gli sci tenendosi alti su Campo Pericoli. Grazie alla neve «abbastanza buona» erano saliti nel “canalone” in meno di un’ora e mezza, con rapidi zig-zag, sino al colle terminale. «Per la neve assolutamente gelata – scrive Caffarelli – l’ultimo tratto presso la Conca degl’Invalidi non si potè superare che a piedi, mediante il taglio di parecchi gradini». Dunque la salita in sci si fermò alla Sella del Brecciaio. Ma il ritorno «si effettuò con magnifiche scivolate pel Canalone e per Campo Pericoli dove ci indugiammo per i brevi e divertentissimi pendii». Il duca Carlo Caffarelli fu anche alla guida della Sezione di Roma dal 1932 al 1937 e consigliere nazionale CAI.

La relazione della “prima ascensione alla Conca degl’Invalidi in sky”.

La Prima Guerra Mondiale interruppe tragicamente tutte le attività, con molti alpinisti romani morti al fronte. Parallelamente era sorta una controversia culturale sugli sci. Considerato l’iniziale risalto dato all’aspetto ludico di “svago sulla neve”, alcuni alpinisti – come Gualerzi e Abbate – contestarono questa nuova attività, giudicandola contraria alle finalità statutarie del CAI. Fatto sta che negli anni successivi al Gruppo Romano Sciatori si affiancò lo Sci Club SUCAI Roma e, nel primo dopoguerra, si registrò la fuoriuscita degli “agonisti” dello Sci Club Roma (esterno al CAI ma composto da tutti soci).

Il Rifugio Vincenzo Sebastiani al Velino.

Il 22 ottobre 1922 fu inaugurato sul Velino il rifugio in memoria di Vincenzo Sebastiani, morto in guerra. Una base anche per le escursioni sciistiche (a gennaio 1925 risulta una “gita in sci” alla vetta). Una montagna più docile, considerato che la prima invernale era stata realizzata da Enrico Abbate e Edoardo Martinori già il 21 febbraio 1881, durante le “ascensioni iemali nell’Abruzzo Ulteriore”.

La prima salita invernale del Monte Velino del 21 febbraio 1881.

Emblematica la descrizione della trattativa per farsi accompagnare dal guardaboschi. «Non è a ridire tutte le difficoltà che egli ci accampò – scrive Abbate – “Ma è impossibile!”, “ci sta tanto di neve: noi non ci potremo camminare. V’è pericolo di vita! Ci sono i lupi!” e mille e mille altre cose che sembrerebbe impossibile potessero essere pronunziate da montanari robusti e pratici delle montagne, se non si conoscesse la paura che in generale hanno le popolazioni appennine del camminare sopra la neve. Una eccellente guida nell’estate è più di impaccio che altro durante l’inverno, per la sua inesperienza della neve – sia questa dura, sia molle, sia ghiacciata – e per la testardaggine di non volere seguire assolutamente una via diversa da quella che solitamente si segue durante l’estate».

Un ritratto di Aldo Bonacossa in azione sulle Alpi (Collezione di Marzio Govoni).

Tornando allo scialpinismo, la prima impresa fu anche la più ambiziosa e spettacolare: ovvero l’exploit compiuto il 27 marzo 1923 dal conte e industriale lombardo Aldo Bonacossa (consigliere nazionale, accademico CAI e presidente della Federazione Italiana Sport Invernali) con la salita solitaria in sci alla Vetta Occidentale del Corno Grande. Quando compie la sua impresa Bonacossa ha 38 anni: partito da Pietracamela e percorsa la Val Maone trova il Rifugio Garibaldi sommerso di neve. Quindi fa tutto in giornata: sale 1.900 metri di dislivello in sette ore e mezza fino alla vetta, poi scende in due ore sino a Pietracamela. Per convincere i paesani di aver fatto ciò che dice sarà costretto a tirare fuori un cannocchiale per far vedere la traccia sui pendii.

Il Rifugio Vittorio Emanuele II sulla vetta di Monte Amaro.

Ma mentre abbiamo molte informazioni sul Gran Sasso, c’è un’ombra su quanto avveniva poco più a Sud, sulla Maiella. Enrico Abbate e Francesco Allievi vantano la «prima escursione iemale» su Monte Amaro il 5 febbraio 1880. Solo un mese prima, il 9 gennaio 1880, Corradino e Gaudenzio Sella avevano salito per la prima volta in inverno la Vetta Occidentale del Corno Grande. Un decennio dopo, nel 1890, su Monte Amaro – seconda vetta più alta dell’Appennino Centrale, con i suoi 2.793 metri di quota – viene inaugurato dalla Sezione CAI di Roma il Rifugio Vittorio Emanuele II. Oggi ne sono rimaste poche rovine, dopo la distruzione avvenuta durante la ritirata delle truppe tedesche che lo avevano usato come osservatorio in quota della Linea Gustav.

I ruderi del Rifugio Vittorio Emanuele II ancora visibili su Monte Amaro.

Ma già negli anni della Grande Guerra e del primo dopoguerra il rifugio aveva vissuto un lungo declino. Lo si evince da un articolo pubblicato a giugno del 1926 sulla Rivista Mensile del Club Alpino Italiano, che fa capire anche il perchè del ritardato avvio dello scialpinismo sulla Maiella. «Il Rifugio Vittorio Emanuele II, danneggiato nel tetto e nella porta d’ingresso durante la guerra, ed ultimamente nella stufa; saccheggiato di tutte le suppellettili e coperte, venne lasciato in questi ultimi anni completamente in abbandono: quindi l’importante gruppo della Maiella così interessante dal punto di vista alpinistico e degli sports invernali, per la mancanza di un necessario punto di appoggio, venne radiato forzatamente e molto a malincuore, dal novero delle ascensioni». Ma l’articolo spiegava anche che la Sezione di Roma aveva provveduto «alla restaurazione e alla messa in efficienza del suo più elevato rifugio», considerato «troppo vulnerabile per la vicinanza dei pastori». «Contemporaneamente – infatti – i saccheggiatori e vandalici danneggiatori di quanto ancora restava nel rifugio nella decorsa estate sono stati individuati (due pastori) e condannati ad un mese di carcere e a tutte le spese». Dunque il Vittorio Emanuele II era tornato in efficienza giusto nell’inverno 1925/1926.

Il trafiletto sul numero di marzo-aprile 1926 del Bollettino del CAI di Roma.

Si arriva così alla scoperta dell’inedito centenario sciistico. Mentre con l’aiuto dell’amico Luca Grazzini, curatore della Biblioteca e dell’Archivio storico del CAI di Roma, stavo consultando dei vecchi numeri del Bollettino Sezionale, in quello di marzo-aprile del 1926 mi sono imbattuto in questo sorprendente resoconto: «I consoci Tartara, Enriques, Rossi e Ghibaudo il giorno 28 febbraio 1926, con faticosa marcia di circa dieci ore, ascesero in sci il Monte Amaro alla Maiella. Raggiunta la vetta alle ore 17.30, mentre infuriava la tormenta, trovato il Rifugio Vittorio Emanuele completamente bloccato dalla neve, nell’impossibilità di pernottarvi e proseguire nel giorno successivo la traversata della leggendaria montagna abruzzese, alle ore 17,45 intrapresero la via del ritorno. Alle ore 0,30 rientravano, dopo una discesa durata circa sei ore, ostacolata dalla neve ghiacciatissima, a Campo di Giove, dal quale paese erano partiti al mattino verso le ore otto. È questa la prima ascensione invernale alla Maiella in sci. Secondo il giudizio dei gitanti, con migliori condizioni di neve, l’ascensione potrebbe compiersi con una media di circa 10-12 ore, seguendo l’itinerario Guado di Cocci, pendici Sella Carracino, Tavola Rotonda, Vallone di Femmina Morta e cresta sud di monte Amaro». Non sappiamo quale traversata avrebbero voluto percorrere. Secondo un altro articolo il rifugio in vetta era «bloccato nel modo più assoluto da neve durissima che lambiva le ali del tetto». Nel suo libro di memorie, Giovanni Enriques scriverà: «Monte Amaro – Traversata sciistica (cattiva qualità della neve) – 17 ore di marcia avendo trovato il rifugio inapribile».

Una simulazione con IA dell’arrivo in vetta con gli sci durante la tormenta.

La notizia fu rilanciata dalla Rivista bimensile “La Montagna”, con un articolo che si concludeva così: «È questa la prima ascensione in sci alla Maiella ed è evidente testimonianza che il malioso sport invernale non solo si diffonde nelle zone lontane dalle Alpi e meno favorite dalla natura per la sua applicazione, ma si appalesa pieno di vitalità e di belle promesse». Ma chi furono i protagonisti? Su due di loro – il ragioniere Rossi e l’ingegnere Tartara – si sa poco. Sul libro dei soci della Sezione CAI di Roma all’anno 1926 c’è Alessandro Tartara, citato come “Sandro” anche in alcune relazioni di Enriques. Qualche notizia in più sull’avvocato Giacomo Annibale Ghibaudo, che risultava iscritto anche alle Sezioni CAI di Torino e Cuneo. È citato sulla rivista “L’Alpino” del 1° giugno 1930 per il matrimonio con Elisa Cortese.

Un ritratto dell’ingegnere Giovanni Enriques alla sua scrivania.

Ben più corpose le informazioni sull’ingegnere Giovanni Enriques, del quale mi sono già occupato durante la ricerca sull’applicazione delle leggi razziali nel CAI. Nato a Bologna nel 1905 e terzo figlio del noto matematico Federigo, ha una biografia importante che lo ha visto dirigente della Olivetti e della Zanichelli. Molto attivo anche in montagna in cordata con scienziati come Edoardo Amaldi ed Emilio Segré.

Lo vediamo in primo piano a destra in questa foto storica, scattata il 21 febbraio 1929, mentre insieme ad Amaldi (dietro, con gli sci) e Ninetta De Angelis ha appena raggiunto il Rifugio Garibaldi al Gran Sasso sommerso dalla neve per cercare gli alpinisti Mario Cambi e Paolo Emilio Cichetti, dispersi nei giorni precedenti in mezzo alla bufera. Purtroppo troveranno solo i loro ultimi messaggi. Giovanni Enriques per le sue origini ebraiche fu tra i perseguitati dalle leggi razziali che colpirono anche il CAI. La sua domanda di iscrizione alla Sezione di Roma – dove era già stato socio dal 1925 – fu respinta nel 1938 con la scritta: “Ebreo non caricato”.

Il Vallone di Femmina Morta innevato visto dalla vetta di Monte Amaro.

Due anni dopo l’impresa di Monte Amaro, sulla Rivista nazionale del CAI, Carlo Franchetti così faceva il punto sullo “sviluppo dello sci in Abruzzo”: «C’è la Maiella, la cui alta mole è anche magnifica mèta sciistica per la sua lunga conca di alta montagna detta della “Femmina Morta” e per la prolungata discesa consentita. Si sale da Campo di Giove in 6-7 ore in sci sino al punto culminante nella vetta del Monte Amaro, donde si gode d’una veduta che abbraccia una grande parte dell’Adriatico (…) Sulla vetta è posto il vecchio rifugio abbandonato della Sezione di Roma del CAI. La discesa è veloce e divertente per lungo tempo sino al Vado dei Cocci ed è prolungabile con neve abbondante sino a Campo di Giove ed oltre».

Lo stemma del Gruppo Alpinisti Sciatori del CAI di Roma.

I tempi erano maturi, nel 1929, per la nascita nella Sezione CAI di Roma del Gruppo Alpinisti Sciatori che, un anno dopo, aveva già 268 soci. Sulla Rivista mensile del CAI centrale si leggeva che «la Sezione di Roma ha posto a caposaldo della propria attività la propaganda dello sci inteso a sussidio e completamento della normale attività alpinistica nelle zone di frequentazione degli alpinisti romani». Intanto sul Gran Sasso era tornato in azione Aldo Bonacossa. Dopo vari tentativi andati a vuoto, tra la fine degli anni Venti e i primi anni Trenta con Luigi Binaghi e Ninì Pietrasanta raggiungerà in sci tutte le principali vette del gruppo: dal Camicia (il 24 gennaio 1931) al Prena (il 9 marzo 1932), sino al Corvo e all’Intermesoli (fra il 13 e il 14 marzo del 1932) durante la traversata da Campo Imperatore alla Provvidenza.

Sella del Cefalone e Pizzo d’Intermesoli in una foto di Aldo Bonacossa del 1932.

Dopo la discesa dal Prena, Bonacossa incontra l’abruzzese Michele Jacobucci. Quest’ultimo è insieme ad altri sciatori aquilani e sbotta: «Beh, neanche il Prena ci avete voluto lasciare!». E Bonacossa annoterà: «Non gli dissi che il mio piano di campagne era ben più completo e che, riuscendo, solo le classiche briciole sciistiche sarebbero rimaste nell’Abruzzo». Ma qui arriva un’altra sorpresa, perchè su due vette del Gran Sasso Bonacossa era stato preceduto dai soci della Sezione di Roma.

L’uscita del 20 e 21 maggio 1927 riportata nel diario di Giovanni Enriques.

Sul diario di Enriques, con la data del 20 e 21 maggio 1927, si legge: «Traversata scialpinistica Castel del Monte, Monte Camicia, Monte Prena, bivacco a quota 2.100 circa, Vado Piaverano, Campo Imperatore. Con Emilio Segrè e Franco Rasetti». Due dei “ragazzi di via Panisperna”. Enriques conclude: «Lunga e bella cresta» – parliamo dell’attuale sentiero del Centenario, con i difficili passaggi delle Torri di Casanova – e si domanda: «Prima ascensione?». Molto probabile, sicuramente solca quei luoghi con gli sci diversi anni prima di Bonacossa. Il lombardo però completerà l’opera il 16 marzo 1932 – sempre con Binaghi e Pietrasanta – salendo con gli sci dal Vallone delle Cornacchie sino al ghiacciaio del Calderone e poco sotto la Vetta Orientale del Corno Grande. E poi raggiungendo per la prima volta da questo impegnativo versante la Vetta Occidentale.

Durante la prima discesa in sci del Canale Sivitilli sul Corno Piccolo.

Da lì in avanti sarà un crescendo di discese scialpinistiche, sino alle incredibili imprese estreme di Tone Valeruz sul Paretone. E posso dire di avere aggiunto un piccolo tassello anche io. Il 12 aprile 2026 saranno passati infatti 40 anni da quella mattina del 1986 quando con l’amico Fabio Speranza – accompagnati da Alessandro Turco a piedi – siamo scesi in sci dal Corno Piccolo del Gran Sasso d’Italia lungo il vertiginoso Canale Sivitilli.

Il mio maestro di vita e di alpinismo, Gigi Mario, amava però ripetere: «Non si va in montagna per il primato della discesa più ripida, ma per disegnare curve con il cuore, oltre che con gli sci. Per sentire il proprio respiro mescolarsi e perdersi in quello della montagna». E così concludo con una sua poesia: «Continuando a salire ci si potrebbe avvicinare al cielo. Chissà, ci provano in molti. Oppure fermarsi e trovare il cielo dentro di sè».

Ringraziamenti

Un grazie alla Sezione CAI di Roma, alla Commissione Cultura e alla Scuola “Paolo Consiglio” (in particolare Stefania Apuleo) che con le sue istruttrici e i suoi istruttori il 28 febbraio 2026 ha svolto una ascensione rievocativa in sci alla vetta di Monte Amaro in occasione del centenario.

Fondamentale l’aiuto di Luca Grazzini, curatore della Biblioteca e dell’Archivio storico della Sezione, e un grazie anche al Centro Documentazione del Museo Nazionale della Montagna di Torino.

Infine un grazie a Luciano Di Martino, Direttore del Parco Nazionale della Maiella Geopark Unesco, che ha concesso il patrocinio alle iniziative organizzate per questo anniversario storico.