Esplorazioni
Orrore a Vaccamorta, il mistero di un cadavere in grotta

Questa l'avvincente cronaca scritta da Maria Luisa Battiato (del Gruppo Grotte Roma "Niphargus") sul ritrovamento di misteriosi resti umani nella Grotta di Vaccamorta, Comune di Tornimparte (L'Aquila), avvenuta nel settembre del 1989 ad opera di una squadra del Gruppo speleologico del CAI di Roma.  

Attenzione: cliccare sulle foto per vederle ingrandite.  

 

Un tranquillo sabato di paura  

Doveva essere una tranquilla uscita godereccia in una grotticella innocua, orizzontale, facile facile, " così poi usciamo e andiamo a mangiare qualcosa". Questo alle ore 7 di sabato mattina: alle ore 23 dello stesso giorno i nostri stomaci ringhiavano feroci. Ma andiamo per ordine. Nessuno di noi presenti (Luciano L., Sonia G., Fabio M., Claudio C., Massimo C.) conosceva l'ubicazione esatta della grotta: "Dovrebbe essere alla fine della strada bianca...". "Ma a te Lorenzo cosa ha detto?". "Si, dopo la curva...". "Va bene, vediamoci al casello di Tornimparte". Partenza su due macchine e chissà come io, Luciano e Claudio ad un certo punto ci chiediamo: che casello era? E qui inizia l'odissea che ci porterà a fare dei graziosi giretti turistici sull'autostrada Roma-L'Aquila, fino a quando, finalmente a destinazione, ci riuniamo con gli altri. Arrivati in zona comincia la battuta di caccia alla "Vacca", che si conclude abbastanza presto, quindi ci imbarchiamo tutti in quella che ancora non sapevamo essere una strana avventura.  

Dopo circa un'ora di grotta, arriviamo ad un laghetto che, causa la siccità, ha il livello estremamente basso ed è qui che Luciano vede quello che ad una prima occhiata sembra essere un "uovo di struzzo" depositato sulla riva. Un approfondito sguardo al laghetto ci fa inquadrare degli strani "rami" qui a mollo. Nei secondi che seguono una veloce elaborazione ci porta a rinominare gli oggetti in "cranio" e "braccia". Timore, stupore, dubbi, ma nel frattempo un velo di fango smosso copre il tutto rendendo la visione quasi spettrale. Resta sempre la calotta cranica a portata di mano e qui cominciano le ipotesi: rito sacrificale dei tempi preistorici, sepoltura, tutto ipotizzato in epoche remote (illusi!): "Abbiamo fatto una scoperta archeologica".

 

Profanatori di tombe  

Nella fotografia: Il teschio con un foro.  

Decidiamo di uscire portandoci dietro il reperto e alla luce del sole realizziamo che la nostra carriera archeologica non è nemmeno iniziata. La calotta cranica è visibilmente recente, ed ha anche un foro sulla sommità. Orrore e raccapriccio, una picconata, una revolverata: "Andiamo dai carabinieri!". Quando cominciamo la ricerca di una caserma è già ora di cena, e la gente a cui chiediamo informazioni non ha le idee molto chiare: ci risbattono sull'autostrada per andare in un altro paese dove i carabinieri del posto ci trattano come dei profanatori di tombe, e poi molto gentilmente ci comunicano che non è loro competenza territoriale. Ritorniamo quindi sul posto (Tornimparte) e finalmente troviamo la caserma, senza carabinieri!  

Sono ormai le 22 e oltre la fame ci preoccupa il pensiero di dover ancora scorrazzare per paesi e autostrade con un pezzo di cranio umano in macchina (sono circa tre ore che lo stiamo facendo). Dopo vari contatti con i carabinieri dell'Aquila, riusciamo a depositare la "calotta" sulla scrivania del maresciallo Gaudenzi, comandante della stazione dei CC di Tornimparte. Verbali, dichiarazioni, fame, sonno, si accavallano in quei momenti per arrivare infine ad una promessa di presenza sul posto per la mattina dopo, allo scopo di effettuare il recupero dei resti a mollo nel laghetto. Fabio, Sonia e Massimo per "improrogabili impegni" (umh!) riescono a evitare la convocazione mattiniera, mentre io, Luciano e Claudio rimaniamo inesorabilmente incastrati. Rivedere di nuovo l'autostrada, anche se per tornare a Roma, non è esattamente il clou della (ormai) nottata.

 

Archimede e il funebre bagaglio  

Nella fotografia: Le braccia.  

Qualche ora di sonno e... indovinate un po'? Di nuovo in autostrada. Quando arriviamo sul posto troviamo ad aspettarci il procuratore, il medico legale e i vigili del fuoco. Entriamo in sei: i tre del giorno prima, Emma (reclutata la mattina stessa), un vigile del fuoco (Natalino), e un villico simpatico di nome Archimede. Al laghetto incriminato abbiamo conferma sulla visione conturbante del giorno prima: sono inequivocabilmente braccia, e neanche tanto scheletriche. Il vigile del fuoco tentenna sul recupero e alla fine parte Luciano, che assicurato, si immerge nel fango fino all'inguine e (quattro dita di peli sullo stomaco) preleva i resti portandoli a riva. Tra "schifamenti" vari riusciamo a impacchettare il tutto e ad incominciare il ritorno con il funebre bagaglio (in sede ci hanno dato dei "becchini" per circa un mese).  

La sopresa maggiore la troviamo all'uscita dove, nel frattempo, erano convenuti sul posto guardia di finanza, guardie forestali, protezione civile, polizia e un manipolo di paesani curiosi, mancava solo la banda. Il medico legale si prendeva il fagotto, dava una rapida occhiata senza pronunciarsi e quindi le autorità si dileguavano tutte al seguito del procuratore. Rimanevamo noi speleo, un paio di paesani e il brigadiere dei CC con l'incarico di riportarci in caserma. Dopo aver pasteggiato a base di panini, pecorino e vino rosso (gentimente offerti dai CC) torniamo in caserma mezzi ciucchi e ricominciamo la trafila dei verbali, dichiarazioni, etc. Il tutto finisce verso le 18 e noi finalmente ci buttiamo dentro un ristorante a consumare il nostro primo pasto caldo da due giorni. A distanza di anni, dei resti trovati non si è saputo più nulla, a parte il fatto che sono stati portati in un laboratorio di Firenze e l'unica prova tangibile che ci assicura che quello che è successo non è stato un incubo è una macabra foto che nessuno vuole mai vedere.  

Per saperne di più sulla grotta potete consultare le pagine del sito del Comune di Tornimparte dedicate a Vaccamorta. Il nostro gruppo ha cercato di sapere come è finita la storia. Fra le leggende si narra che i primi accertamenti avrebbero appurato che i resti appartenevano ad una donna e che gli arti sono stati strappati dal busto. Le braccia avevano ancora pelle e tendini. Il laghetto dove è avvenuto il macabro ritrovamento si trova circa a metà grotta. Per raggiungerlo occorre percorrere dei tratti speleologici. Un mistero nel mistero, tanto da far ipotizzare il crollo dall'alto di una sepoltura (ma il soffitto è compatto). Fra le ipotesi che circolano c'è anche quella di uno scherzo da burloni, una goliardata consumata in ambienti speleo e sfuggita di mano ai suoi stessi ideatori che per metterla in pratica avrebbero approfittato dei resti sparsi durante l'esumazione di un cimitero della zona. In ogni caso l'inchiesta della magistratura sull'episodio è stata archiviata.


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