Storia

Il cuore di Campo Testaccio

A cura di Lorenzo Grassi
© lorenzograssi.it

Ottanta anni fa, il 30 giugno 1940, la Roma giocava la sua ultima partita a Campo Testaccio, che per oltre un decennio era stato il “tempio” del tifo giallorosso. Un’amichevole contro il Livorno, battuto 2-1. Venti giorni prima Mussolini aveva annunciato l’entrata in guerra dell’Italia contro Francia e Inghilterra; mentre il 2 giugno si era tenuta l’ultima partita ufficiale (contro il Novara, sconfitto 3-1) di un Campionato abbastanza incolore per i romanisti. Sino ad allora il Campo di Testaccio, inaugurato il 3 novembre 1929, aveva visto Ferraris IV, Volk, Mattei, Costantino, Guaita, Bernardini, Masetti e Amadei – solo per citare i calciatori più famosi – consumare i tacchetti in 214 match tra Campionato, Coppe e amichevoli (con appena 26 sconfitte nei 161 incontri ufficiali giocati in casa).

Campo Testaccio (evidenziato dal cerchio rosso) sotto le ali dei bombardieri Alleati.

Il 21 ottobre 1940 fu avviata la demolizione, con la trasformazione del Campo Testaccio in un giardino pubblico (a decretarne la fine anche il fatto che i palloni alti finivano nel “Camposanto degli Inglesi”, mentre le urla dei tifosi disturbavano il sonno eterno di Keats e Shelley). Presto però le vicende belliche – che tra febbraio e marzo del 1944 avrebbero portato le bombe a cadere anche sul vicino piazzale Ostiense – lo videro stravolto dagli orti di guerra; mentre gli spogliatoi dove si riscaldavano le glorie della “magica” furono riadattati a rifugio antiaereo.

Una veduta aerea di Campo Testaccio.

Già, gli spogliatoi. Insieme alle tribune in legno – con balaustre liberty dipinte in giallo e rosso – erano uno dei tratti distintivi del Campo Testaccio. Erano stati scavati sotto il lato destro della tribuna principale, lunga oltre cento metri, che svettava sul lato di via Nicola Zabaglia. La tribuna era coperta nella tratta centrale destinata ad ospitare le autorità, dove un paio di volte si fece vedere in tour propagandistico anche Mussolini.

I giocatori della Roma fanno ritorno negli spogliatoi scendendo dalla botola.

Anche gli spogliatoi sotterranei in origine erano rivestiti in legno e dotati di ogni comfort: docce, gabinetti e riscaldamento. Da quei locali partiva un tunnel, sorta di sottopassaggio coperto, che faceva sbucare i calciatori direttamente sul bordo del campo di gioco attraverso una scalinata e una botola protetta da un coperchio di assi di legno. L’uscita era tra la tribuna e i “popolari” sul lato di via Caio Cestio: uno “sfiatatoio” dal quale “zampillavano fuori gli atleti” – come narravano i cronisti sportivi – per affrontare la bolgia dei tifosi e delle “tifosette” testaccine.

La notizia della demolizione di Campo Testaccio pubblicata sul Messaggero.

In quelli spogliatoi, come ha ricostruito nel dettaglio Marco Impiglia nel suo bellissimo libro sulla storia di Campo Testaccio edito nel 1996 da Riccardo Viola, si è forgiato l’animo romanista: lì il capitano Attilio Ferraris IV chiamava intorno i compagni, posava la mano sul pallone e pronunciava il solenne giuramento: “Tutti per uno e uno per tutti”. Sempre in quegli spogliatoi c’era lo stanzone del “pozzo”, destinato alle riserve. Chi lo abbandonava “usciva dal pozzo” e vedeva la “luce” della prima squadra. Ma l’esordio – come ricorda sempre Marco Impiglia nel suo libro – veniva preceduto da un rito: il pivello veniva condotto al cospetto del “grande capitano” che, con voce imperiosa, tuonava: “Dalla lotta chi desiste, fa figura molto triste. Chi desiste dalla lotta è un gran…”. Infine si ricorda che nel tunnel degli spogliatoi la sora Angelica, moglie del custode del Campo Testaccio – l’altrettanto mitico Zì Checco – durante la brutta stagione stendeva ad asciugare le magliette dei giocatori.

Una veduta attuale di Campo Testaccio al termine dei lavori di risanamento.

Nel dopoguerra capannoni e casupole cinsero d’assedio l’area e per Campo Testaccio iniziò un lento declino. Il Campidoglio faticò parecchio per ridare spazio ad un piccolo terreno di gioco, che poco aveva ormai della grandiosità di un tempo. Il colpo di grazia, in tempi più recenti, arrivò con il maldestro e fallimentare tentativo di scavarci dentro un parcheggio. Ora finalmente sull’area è ritornata l’attenzione che merita: Campo Testaccio è stato risanato con un grande lavoro avviato sin dal 2018 dall’assessore allo Sport Daniele Frongia e a breve sarà passato in custodia al Municipio I per diventare provvisoriamente uno spazio verde aperto a tutti e, in prospettiva, per tornare ad ospitare in futuro delle partite di calcio.

I capannoni sotto i quali sono rimasti inglobati gli spogliatoi.

Nel frattempo cosa ne è stato dei mitici spogliatoi, Sacro Graal dello spirito romanista? Le testimonianze degli anziani del Rione e i raffronti tra la situazione attuale e le foto d’epoca fanno ipotizzare che siano rimasti dov’erano, inglobati al di sotto dei capannoni all’angolo tra via Nicola Zabaglia e via Caio Cestio. Per questo alcuni ricercatori e appassionati della memoria di Roma e di storia dello Sport – su impulso di Marco Impiglia – hanno lanciato un appello al Campidoglio affinché si verifichi la presenza degli spogliatoi sotterranei. Un atto dovuto per coronare i lavori di ripristino di Campo Testaccio e per provare a concretizzare il sogno del ritorno alla luce di un luogo che custodisce un pezzo di anima della Città Eterna.