Storia

Gli occhiali di “Dixie”

A cura di Lorenzo Grassi
© lorenzograssi.it

È la notte del 7 febbraio 1944, sono quasi le 23, e il Douglas Boston III della RAF, che ha preso parte ai bombardamenti sulle strade a Nord e ad Est di Roma per tagliare i rifornimenti tedeschi, sta prendendo la via del ritorno verso le basi nel Sud Italia da dove era partito molte ore prima. Improvvisamente una grande esplosione squarcia il cielo del Prenestino. Il velivolo prima perde rapidamente quota, poi si schianta contro una piccola palazzina a due piani al civico 13 di via Cristoforo Buondelmonti, a pochi metri dalla Casilina e dalla ferrovia.

Veduta della zona di via Cristoforo Buondelmonti e Villa Serventi.

L’impatto è violentissimo, il villino viene completamente distrutto e anche le case intorno subiscono danni. Sul quotidiano “Il Messaggero” del giorno dopo esce un breve trafiletto intitolato “Un incendio in via di Villa Serventi”, dove si legge:

“Ieri sera, pochi minuti prima delle ore 23, un apparecchio americano in fiamme precipitava sulla via di Villa Serventi colpendo in pieno il fabbricato ove abita la famiglia Giuliani, e provocando un violento incendio che in breve si propagava a tutta la villa. Immediatamente accorrevano sul posto quattro squadre di Vigili del fuoco perfettamente attrezzate. I Vigili si sono, come al solito, prodigati nell’opera di estinzione dell’incendio ed in quella di soccorso alle vittime. È stata estratta viva dalle macerie fumanti la proprietaria dello stabile signora Giuliani; il proprio figlio a nome Francesco, ferito ed ustionato, ma ancora in vita è stato trasportato con l’autoambulanza all’ospedale di S. Giovanni. La figlia signorina Antonietta è stata rinvenuta cadavere, come pure due giovani, i cui corpi erano carbonizzati e resi irriconoscibili, che si suppone appartengano all’equipaggio dell’apparecchio”.

L’articolo pubblicato su “Il Messaggero” dell’8 febbraio 1944.

Secondo l’articolo dunque – che sbaglia la nazionalità del velivolo, in realtà inglese – le vittime sarebbero tre: una giovane civile residente nel villino e due militari aviatori irriconoscibili. Secondo altre fonti, però, gli uomini dell’equipaggio recuperati sono tre: uno trovato morto tra le macerie e altri due recuperati nelle vicinanze di Villa Serventi. Di recente si sono aggiunte anche altre testimonianze. Nel caos dei soccorsi, un ragazzino accorso per curiosità sul luogo della sciagura raccoglie in terra un paio di occhiali da volo. Sono rimasti miracolosamente integri e nella cinghia interna c’è un nominativo e una matricola.

Il pilota canadese George Dean giovane giocatore di hockey nei Pine Falls’ Rover.

Sono quelli dell’ufficiale pilota canadese 23enne George Dean, nato il 28 aprile 1920 a Espanola (Ontario) e residente a Pine Falls (Manitoba), cittadina dove era noto come giovanissima promessa del baseball e dell’hockey. Arruolato nel maggio 1941 nella Royal Canadian Air Force e addestrato come pilota di bombardiere con tanto di riconoscimento, un “braccialetto d’oro”, per aver completato il corso di formazione con il massimo dei voti. Da agosto 1942 in servizio in Inghilterra e assegnato al 18° Squadrone bombardieri della Raf, con missioni prima in Nord Africa e poi, dall’ottobre del 1943, con trasferimento in Sicilia e raid sull’Italia. Il suo equipaggio lo aveva soprannominato “Dixie”.

Due bombardieri Douglas Boston III in volo.

Mentre l’aereo precipita nella notte del 7 febbraio 1944 tenta di lanciarsi con il paracadute, che però non si apre del tutto. L’intero equipaggio viene dichiarato “disperso” il 15 febbraio 1944, mentre la morte viene certificata solo il 27 gennaio 1945. In quella stessa data il corpo di George Dean viene recuperato dal Verano e traslato al cimitero di guerra di Anzio. Qui riposa sotto una lapide che riporta alcune strofe del componimento “La morte” del poeta inglese Rupert Brooke: “These laid the world away, poured out the red sweet wine of youth” (Hanno messo da parte il mondo, versando il dolce vino rosso della giovinezza). Nella stessa fila E del XVII riquadro del cimitero di Anzio riposano altri due membri dell’equipaggio: i sergenti Stephen Wallace “Wally” Clarke (che a bordo aveva il ruolo di Air Gunner) e Ronald Samuel “Ronnie” Conroy (con funzioni di Wireless Operator e Air Gunner), sempre del 18° Squadrone RAF. Accanto a loro, però, risulta sepolto anche un misterioso “sconosciuto soldato inglese”, con la stessa data di morte. Considerato che l’equipaggio del Douglas Boston III non superava le quattro unità e che il quarto componente, del quale parleremo a breve, risulta sopravvissuto allo schianto, sarebbe allora il caso di verificare se il corpo dello sconosciuto sepolto ad Anzio non appartenga in realtà ad una vittima civile dello schianto, forse irriconoscibile e scambiata per un aviatore nella confusione seguita all’incidente.

Per cercare di far luce su questo argomento ho contattato il Support team della Commonwealth War Graves Commission. «Dopo aver condotto alcune ricerche su questo caso, sono riuscito a trovare alcuni documenti che sembrano coincidere con la sua teoria secondo la quale la quarta vittima sepolta nel Beach Head War Cemetery di Anzio sia il corpo di un civile italiano – mi ha cortesemente risposto Martin Skelly, Records Administrator Headstones della CWGC, con sede in Berkshire nel Regno Unito – restano però aperte altre ipotesi: se l’aereo in questione aveva un equipaggio di sole 4 persone, non possiamo escludere che al momento dell’incidente fosse presente a bordo una quinta persona non registrata. Allo stesso modo, esiste la possibilità che i resti dell’equipaggio siano stati erroneamente etichettati come 3 vittime – anziché 2 – a causa dello stato in cui si trovavano. Alla luce di tutto ciò, evidentemente non è chiaro chi possa essere sepolto nella tomba e poiché la commissione non riesumerà i resti, non sarà possibile confermare chi sia questa vittima. Mi dispiace di non poterle essere di ulteriore aiuto». Dunque un mistero destinato, per ora, a rimanere tale.

Le indicazioni di sepoltura dei tre membri dell’equipaggio più uno sconosciuto.

Cinque mesi dopo la dichiarazione ufficiale di morte dell’equipaggio, alla madre di George Dean giunge a sorpresa una lettera spedita il 18 giugno 1945 da Gordon Crawford, quarto membro dell’equipaggio del velivolo inglese (con il probabile ruolo di puntatore nella cabina trasparente di prua). L’aviatore, sopravvissuto alla tragedia e uscito da una lunga prigionia, spiega che anche lui era su quel Douglas Boston III nella terribile notte del 7 febbraio 1944. Si è salvato miracolosamente finendo altrove con il paracadute e racconta la sua versione degli avvenimenti.

Due bombardieri Douglas Boston III in volo.

“Immagino attenda con pazienza di sapere esattamente cosa sia successo a suo figlio George – inizia la lettera inviata alla madre del pilota – bene, signora Dean, ho il dovere di dirle la verità, poiché sono sicuro che così vorrebbe, per quanto crudele possa essere. Siamo stati abbattuti in circostanze molto sfortunate. È difficile da credere, ma un caccia americano ci ha scambiati per nemici e, sebbene noi lo avessimo riconosciuto, lui non è riuscito a identificarci. Così ci ha sparato contro e l’aereo è andato in fiamme”.

Un Douglas Boston III colpito in volo e in fiamme.

E Gordon Crawford scende nei dettagli: “Il sistema elettrico è andato in tilt, tagliando ogni comunicazione interna tra i membri dell’equipaggio, poiché nel nostro aereo ciascuno ha la sua postazione isolata che non consente alcun movimento. Sono certo che George abbia cercato di planare, poi non so cosa gli sia successo. Forse eravamo troppo bassi, perchè stavamo perdendo quota molto rapidamente, o forse il suo paracadute era stato preparato male. Non lo so, di certo quando è stato ritrovato il suo paracadute era aperto solo per metà. Però sono propenso a credere che la causa sia la prima: credo abbia abbandonato l’aereo troppo tardi, per essere certo che tutti gli altri ne fossero usciti sani e salvi. Ha cercato di fare tutto il possibile per tenere l’aereo in aria il più a lungo possibile. Conoscendo bene suo figlio – si conclude la lettera – sono sicuro sia andata così. Posso dire davvero che gli devo la vita e questo non lo dimenticherò mai”.

Gli occhiali da pilota di George Dean.
Gli occhiali da pilota di George Dean.
Il nome “Geo. Dean” e la matricola sulla cinghia.

All’inizio degli anni ’90 l’uomo che da ragazzo nel 1944 aveva raccolto gli occhiali del pilota sul luogo della sciagura, preso da un rimorso di coscienza, decide di restituirli alla famiglia e li consegna all’ambasciatore del Canada in Italia. Quel prezioso cimelio giunge così prima ad Ottawa e poi al quartier generale della RCAF. Qui il tenente Don Pearsons, esperto di storia dell’aeronautica militare, riesce a contattare la signora Anne Cavers a Pine Falls, sorella di George. Gli occhiali del pilota finiscono esposti in una teca dell’Air Force Museum & Air Park di Winnipeg (Manitoba, Canada) con un poster che racconta il loro lungo e avventuroso viaggio di ritorno a casa. Sono in grado di mostrarne per la prima volta le immagini ravvicinate grazie alla cortesia e alla disponibilità dei curatori del Museo.

Un primo piano del pilota canadese George Dean.

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