Storia

Spaghetti e polpette

A cura di Lorenzo Grassi
© lorenzograssi.it

Spaghetti e polpette“. È con questo irridente e sconcertante nomignolo, forse riferito alle tipologie di ordigni e riportato in apertura del dispaccio con le indicazioni strategiche, che i vertici delle forze americane lanciarono il primo bombardamento su Roma, quello del 19 luglio 1943 sullo snodo ferroviario di San Lorenzo. Il gigantesco raid vide impegnati 690 aerei con 9.125 bombe sganciate (oltre 930 tonnellate di esplosivo).

Il nomignolo dell’operazione nel dispaccio.

Più difficile, praticamente impossibile, avere una conta precisa delle vittime. Ne sono state identificate 1.674, ma è ragionevole credere che furono quasi il doppio. Eppure questa immane carneficina – al di là delle polemiche sul fatto se fosse militarmente evitabile da parte degli Alleati o frutto comunque di un bombardamento che nelle ultime ondate fu eseguito “alla cieca” – ha lasciato inspiegabilmente una flebile memoria visiva.

Il “cordone sanitario” attuato a Porta Tiburtina.

Certo, all’epoca i mezzi fotografici non erano così diffusi; inoltre la priorità era quella di portare soccorso. Ma ciò non basta a spiegare l’esistenza soltanto di una manciata di immagini su quella tragedia. Il quartiere fu subito isolato dalle forze dell’ordine, che lo blindarono con un cordone formalmente giustificato da scopi “sanitari”. C’è chi racconta che comparve persino qualche cartello con la minacciosa scritta: “Zona infetta”. Tanto che, come raccontano diversi testimoni nel libro “Venti angeli sopra Roma” di Cesare De Simone, subito al di fuori del confine del quartiere quasi nessuno si rese conto davvero della gravità di quanto era accaduto.

La visita della Principessa Maria Josè del Belgio.

Il regime fascista, se da un lato mirava a gonfiare a parole i danni provocati dai “gangster dell’aria” americani sulla Città Eterna, dall’altro pensò bene di far scattare una censura visiva sugli aspetti più crudi del raid. Quelli che avrebbero accresciuto la rabbia della popolazione non nei confronti degli Alleati, ma di chi aveva trascinato l’Italia in una guerra senza uscita (restò famosa la scritta anonima vergata su un muro che recitava: “Mejo l’americani sulla capoccia che Mussolini tra li cojoni”). Così, al di là delle rapide sequenze retoriche dell’Istituto Luce e della visita lampo di Papa Pio XII, qualche scampolo di macerie vere fece capolino unicamente ai margini del reportage fotografico sulla visita fatta a San Lorenzo il 24 luglio 1943 dalla Principessa di Piemonte Maria Josè del Belgio. Nonostante migliaia di morti, invece, da sempre circola una ed una sola fotografia un po’ sbiadita che mostra alcuni cadaveri allineati.

L’unica foto delle vittime circolata diffusamente.

Ora è spuntata fuori una versione più nitida, pubblicata all’epoca da un giornale non identificato. Molto probabilmente si tratta della stessa scena vista dal lato opposto. Il luogo è il Quadriportico del cimitero monumentale Verano (prima galleria a destra entrando): “Al cimitero c’erano file e file di morti accatastati – raccontano i testimoni – c’era un gran sole, nelle narici arrivava quel tanfo della morte. Venivano allineati davanti ai portoni, sperando che la gente li riconoscesse. Poi venivano i camion, i cadaveri venivano buttati sopra come sacchi: vedevi ’ste gambe penzoloni, li scaricavano e poi tornavano”. Ma un’immagine vale più di mille parole.

I cadaveri nella galleria del Quadriportico.

Sono spuntati fuori anche altri scatti riferiti alle vittime del secondo bombardamento di Roma, quello del 13 agosto 1943, che colpì sempre San Lorenzo. Sono pressoché sconosciuti, eppure furono pubblicati nel primo dopoguerra sul libro “Due anni di storia 1943-1945” di Attilio Tamaro (sono stati ritrovati e segnalati da Carlo Galeazzi, co-fondatore del Gruppo Facebook “Roma Città Aperta”). Le scene sono identiche a quelle del 19 luglio. Li potete vedere qui di seguito, con l’avvertenza che potrebbero urtare la vostra sensibilità. Ma l’interrogativo da porsi è: se queste immagini non fossero state celate, avrebbero potuto urtarla anche all’epoca dando magari una piega diversa agli eventi?

“Li scaricavano e poi tornavano…” (sulla sinistra un bambino).
“I cadaveri venivano buttati sopra come sacchi, con le gambe a penzoloni”.
Un corpo appoggiato su una persiana divelta.

[ Questo post sintetizza i contenuti di una presentazione che ho tenuto a Roma il 12 giugno 2019 nell’ambito del corso di formazione per giornalisti sul tema: “La cronaca fra storia e memoria” promosso dal Sindacato Cronisti Romani ]

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