Storia

Il Papa a San Lorenzo

A cura di Lorenzo Grassi
© lorenzograssi.it

Alla vigilia dell’anniversario del primo bombardamento di Roma, quello del 19 luglio 1943 sullo scalo ferroviario di San Lorenzo, qui di seguito troverete la ricostruzione con il maggiore dettaglio possibile della storica visita di Pio XII nel quartiere ferito. Il racconto è tratto da quello pubblicato sulla rivista vaticana “Ecclesia” nel settembre 1943 e basato su testimonianze così precise che fanno pensare che sia opera dell’allora sostituto della Segreteria di Stato Giovanni Battista Montini, futuro Paolo VI, che accompagnò il Pontefice in quella giornata rimasta nella Storia.

La lapide a ricordo di quella straordinaria visita.

Quando Sua Santità seppe della triste importanza che l’incursione aveva avuto per l’Urbe e del primo accorrere di popolo e di autorità, non volle interporre il minimo indugio: sarebbe andato a vedere di persona. Così ordinò all’autista: «Andiamo là dove sono i colpiti dell’incursione!». Erano circa le 17,15 quando l’auto pontificia – una Mercedes-Benz Nurburg di colore nero – passava di corsa sotto l’Arco delle Campane e usciva in piazza San Pietro. Nessuna scorta: due autisti davanti; Monsignor Montini nell’interno della vettura, solo con il Papa.

La Mercedes-Benz Nurburg del Papa a San Pietro.

Già lungo l’itinerario la gente comincia ad accorgersi: via della Conciliazione, ponte Vittorio, corso Vittorio, largo Argentina, piazza del Gesù, via Aracoeli, piazza Venezia, via dell’Impero, Colosseo. Qui le prime auto della rincorsa sono sopraggiunte. Dietro la vettura del Papa corre la macchinetta del Commissariato di Borgo e un’altra con a bordo Monsignor Traglia. A via Labicana si comincia ad incontrare l’esodo di piccoli gruppi di gente che trascina umili masserizie o attende sul ciglio della via qualche mezzo per esser trasportata altrove. La macchina del Papa non è ormai più inavvertita: dai marciapiedi, dai tram la gente si volge, fa gesti di sorpresa e di gioia. Ma il passo della macchina è ancora troppo spedito perchè i viandanti osino approssimarsi. Non è che al sottopassaggio che conduce alla via Tiburtina che la vettura deve rallentare per la ressa di gente e di veicoli, e subito un folto gruppo di popolo s’addensa intorno alla automobile del Pontefice, gridando: il Papa! Il Papa! Appena di là del sottopassaggio cominciano le macerie; il percorso è impedito da una folla di gente che si stringe ormai ai fianchi della macchina.

L’auto del Papa arriva nelle zone disastrate.

Immediatamente soldati, metropolitani, militi, agenti di servizio, come se avessero concertato preventivamente la manovra, fanno ala intorno alla vettura, le aprono il passo, dirigono la marcia che procede su la strada ingombra e fra le case squarciate dalle bombe. Ma il popolo rompe ogni momento le file e grida con accorata violenza ogni sorta di suppliche alla bianca figura che intravede dietro i cristalli. – Padre, salvaci tu; vogliamo la pace; non si resiste più! Il Papa, pallidissimo e calmo, vorrebbe rispondere una parola, un gesto. Ordina di abbassare il cristallo di un finestrino. Mille mani, subito, si tendono verso quel varco che sembra permettere ai doloranti di giungere fino alla persona dell’inatteso soccorritore.

La folla circonda il corteo di auto con il Papa.

Il Papa, paziente, umanissimo, stende la mano che gli è afferrata con forza da quanti arrivano a penetrare le file protettrici dei soldati. Benedice, e risponde: – Sì, figlioli; faccio tutto quello che posso! Scene patetiche e frenetiche si succedono intorno al traballante convoglio: – Padre, ho perduto quattro persone! – Padre, non ho più nulla! – Padre, non ne posso più! – Santità, vogliamo la pace! Il Papa appare commosso da questi assalti di affettuoso furore. Si prodiga, da una parte e dall’altra, con dolcezza, con tristezza, cercando di concedere a tutti i più vicini il contatto benefico della sua mano e a tratti di elargire il segno consolatore della sua benedizione.

L’assalto al finestrino dell’auto del Pontefice.

A un certo momento il Santo Padre estrae dalla tasca del soprabito un grosso pacco di biglietti da mille, e quasi non sapendo come altrimenti testimoniare agli infelici che lo circondano la Sua volontà di soccorso, comincia a distribuire alle mani tese entro la vettura dal finestrino aperto di sinistra e poi ben presto anche a destra, questo denaro, così come viene… La gente s’avvede di questa sorprendente fortuna, che tenta consolare con una procedura mai più vista il comune affanno, e per un istante dimentica delle sciagure che l’affliggono si diverte e s’appassiona al gioco meraviglioso: dal finestrino della vettura del Papa le mani si ritraggono con un’autentica carta da mille.

Anche il 13 agosto 1943 (qui a San Giovanni) il Papa offrirà soldi ai bombardati.

La folla s’accalca fino a fermare la vettura, sale sui predellini, e sui parafanghi, s’attacca dietro il veicolo, che si riscalda terribilmente. – Anche a me, anche a me! – Non ho più casa! – Non ho più nulla! Ho perduto tutto! – I miei sono morti! Il Papa dà, come può, parole, denari, benedizioni… I soldati di fuori tentano con mirabile intraprendenza di far procedere la vettura, di scostare la gente che la schiaccia e che potrebbe essere schiacciata. Un magnifico ufficiale dirige nella pericolosa confusione il procedere lento e faticoso della macchina.

La calca all’arrivo sul piazzale del Verano.

Intanto la voce che il Papa era uscito dal Vaticano e s’era recato sui luoghi colpiti doveva aver fatto il giro di Roma. Sul cammino della vettura cominciano a venire autorità e personalità d’ogni genere. Un generale si presenta; segue per qualche tratto la convulsa marcia e poi è sommerso nella folla. Si vedono alcune personalità. Si affaccia il Parroco della chiesa dell’Immacolata, il degno Sacerdote che già anima del suo coraggio il povero quartiere; altri Sacerdoti e Religiosi; alcune Religiose piangenti; il Prefetto, che accompagna a piedi fino a San Lorenzo la vettura fatto segno a tentativi di riguardo dalla folla. Verso San Lorenzo l’automobile s’arresta e il Cardinale Dominioni viene a baciare la mano al Pontefice.

I gravissimi danni subiti dalla Basilica di San Lorenzo.

Finalmente a San Lorenzo: la piazza sembra irriconoscibile, la facciata non esiste più, le pareti della Basilica si levano al cielo come uno scheletro scarnificato, mucchi di macerie ingombrano l’accesso. Ma qui il Papa scenderà. L’automobile si ferma. Come si può, si ordina un piccolo spazio vuoto intorno alla vettura; popolani e soldati difendono questo spazio che sarà subito invaso dalla folla su cui comincia a passare un alito d’emozione religiosa. Il Papa scende dalla vettura, alto, in soprabito candido, senza cappello: gli sono ai lati il Prefetto e l’ingegnere Galeazzi.

Il Papa raggiunge a piedi la Basilica di San Lorenzo.

Procede qualche passo su mucchi di rottami, poi dice: – Qui preghiamo. – Tutti in ginocchio! In ginocchio! Sotto il sole ardente di luglio la folla esterrefatta si piega, pigiata e confusa, e s’inginocchia. Il Papa prega, anch’egli inginocchiato sulle rovine, gli occhi chiusi, il busto diritto e immobile, le mani giunte, e la voce comincia la mestissima prece dei morti: De profundis clamavi…

Il Papa, al centro, prega davanti alla Basilica danneggiata dalle bombe.

Un bisbiglio di popolo risponde, non più rotto da voci incomposte, ma da qualche singhiozzo. La gente sente l’infinita pietà dell’istante: le lacrime gonfiano gli occhi folli allo spettacolo di tante rovine e di tanta fede. La preghiera dei morti è finita: il Papa invoca ora la Madonna, la Madre di Cristo e degli uomini. Poi si alza e, imponendo il silenzio con le mani, rivolge al popolo alcune parole di conforto e di benedizione. Disse che egli più che mai comprendeva l’affanno indicibile di tante famiglie così tragicamente private dei loro cari e delle loro case, e che implorava dal Signore di voler mutare sì grande dolore in tanta forza spirituale e morale. Aggiungeva poi di voler benedire, con effusione particolare, i presenti, i danneggiati, le loro famiglie, l’intera amatissima Città.

La scena sulla copertina della Domenica del Corriere.

Apre le braccia, nel gesto che dice l’ampiezza d’un cuore mosso da carità universale, benedice. Anche gli uomini piangono. Poi il Papa risale in macchina; ma la macchina non cammina più; qualche guasto, assai spiegabile in quella traversata, s’è prodotto e il motore non s’accende. Ma il popolo, che intanto s’è preso confidenza con il suo Vescovo, si serra ancora intorno alla vettura, e concorde la spinge. Vi sono alcuni giovanotti che non l’hanno lasciata da quando è entrata nel quartiere; ora, come fossero i padroni della situazione, s’ingegnano a far camminare il corteo. E la macchina avanza, su la via del ritorno, fra orribili scosse che dicono il luttuoso disordine della strada e il generoso impulso del popolo verso il Pontefice misericordioso. Al finestrino un personaggio s’affaccia: è il Principe Gian Giacomo Borghese, Governatore di Roma. Si procede. Ma non si potrà fare tutto il ritorno a questa maniera, bisogna cambiare macchina. Il Papa scende ancora un istante per rimontare nella piccola vettura (una Topolino) dell’ingegnere Galeazzi, che sale davanti con l’autista, mentre il Sostituto siede accanto al Pontefice.

La Mercedes-Benz Nurburg del Papa danneggiata.

Ora si corre; e corre tutta la strada, come un fiume di popolo, ansimante, sudato, ma incapace di staccarsi dal Padre che è venuto a condividere la sventura dei suoi figli. Si svolta a sinistra; poi si passa davanti alla parrocchia dell’Immacolata, e finalmente si ritorna a viale Manzoni. Qui la via è più libera, e si può correre. La macchinetta si ferma un istante per il congedo ai bravi soldati e ai giovani volenterosi che l’hanno scortata, e poi fila inavvertita per le vie già percorse. Rientra in Vaticano alle 19.

[ Le fotografie della visita di Pio XII a San Lorenzo, le uniche vere che sono state trovate (quella con le braccia spalancate è riferita infatti all’uscita del Pontefice a San Giovanni in occasione del secondo bombardamento di Roma del 13 agosto 1943) sono frutto di una ricerca svolta da Carlo Galeazzi, co-fondatore del Gruppo Facebook “Roma Città Aperta – Gli anni della guerra” ]

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