Storia

Il lago fantasma del Re

A cura di Lorenzo Grassi
© lorenzograssi.it

Molti sanno che nel parco romano di Villa Ada ci sono tre laghi: quello “grande” con la penisola dei pioppi bianchi vicino all’entrata in via di Ponte Salario, uno più piccolo dal quale sgorga il ruscello che scorre nella valle delle sughere e il terzo nella parte superiore, accanto al pratone molto frequentato a due passi dall’ingresso sulla Salaria. Si tratta di laghi moderni (solo quello piccolo ricalca un vecchio bacino), che sono stati realizzati intorno alla metà degli anni Settanta.

Veduta del lago grande moderno di Villa Ada.

Con il tempo, invece, si è persa quasi ogni memoria del fatto che nel parco, quando dopo la presa di Roma del 1870 la villa divenne la residenza privata della famiglia reale Savoia nella nuova Capitale d’Italia, fu creato nella vallata tra il Colle delle Cavalle Madri e il Colle Roccolo un esteso lago “a scogliera”, dalla forma allungata e diviso in due dall’attraversamento di un ponticello rustico.

La planimetria del lago storico.

Era uno dei principali interventi di arredo decorativo voluti dal Re Vittorio Emanuele II e inseriti nel progetto di sistemazione curato tra il 1874 e il 1877 dal giardiniere amburghese Emilio Richter, all’epoca direttore delle Ville e dei Parchi Reali. Un progetto che prevedeva – con imponenti movimenti di terra per oltre 25 mila metri cubi – lo scavo di due laghi «proporzionati alla grandiosità di tutta la villa». Questo bacino artistico, ingentilito con vasche, cascatelle e giochi d’acqua, si è trasformato via via in una sorta di leggenda, alimentando l’aura del “lago fantasma”.

Il ponticello rustico che divide in due il lago storico.

E pensare che al suo centro, originariamente, rifulgeva una statua in marmo bianco formata da un Nettuno su un cavallo marino agitato. Un monumento che – come si evince dai racconti fatti a Mariù Safier da Enrico d’Assia, figlio della Principessa Mafalda e di Filippo – fu poi trasferito a metà degli anni Venti nella fontana barocca di Villa Polissena. «Quando il laghetto ai piedi della vigna fu abbandonato, finì per sparire del tutto – ha ricordato Enrico d’Assia e il Nettuno, avendo perso il suo dominio acquatico, si lasciò sopraffare da erbacce assai poco rispettose della sua divinità. Ma un giorno i miei genitori, passeggiando con la regina Elena, si soffermarono davanti a quel groviglio di sterpaglie, dal quale spuntavano alcuni pezzi di marmo. Fu subito deciso di ridare al dio marino il ruolo di protagonista nel giardino in formazione di Villa Polissena».

La statua del Nettuno oggi a Villa Polissena.

Nella bellissima dimora che affaccia sulla strada dei Parioli oggi intitolata alla memoria di Mafalda di Savoia, l’austero Nettuno fa ancora bella mostra di sé; mentre il lago storico è tornato brevemente in auge solo nel 1990, quando nel Piano di Utilizzazione di Villa Ada adottato dalla Giunta del Sindaco Rutelli dopo l’acquisizione pubblica di tutto il parco fu inserito il «recupero dello specchio d’acqua Ottocentesco e delle scogliere ancora esistenti». Un ottimo proposito rimasto purtroppo sulla carta, insieme a tutti gli altri contenuti in quel Piano. Nel frattempo il “lago del Re” è diventato un grande segreto, custodito e celato – come nelle migliori favole – da barriere di rovi inestricabili.

Le scogliere del lago storico ricoperte di muschio.
I muretti dei giochi d’acqua del lago storico.

Ora è stato finalmente “riscoperto” e svelato dai ricercatori e dalle ricercatrici dell’Associazione Sotterranei di Roma che, sfidando una vera e propria giungla, hanno documentato lunghi tratti delle vestigia lacustri: le lisce sponde in muratura ricoperte di muschio verde, i muretti delle vasche e gli oscuri condotti. Paradossalmente a spingerli sulle tracce del lago “scomparso” è stato un altro mistero di Villa Ada: il grappolo di sprofondamenti che si sono aperti tra il 2012 e il 2014 a Parco Rabin e che da anni costringono a tenere transennata un’ampia fascia dell’area verde su via Panama.

Il team di Sotterranei di Roma durante l’esplorazione.

Le indagini geofisiche promosse dalla Protezione Civile capitolina e dal Simu (insieme ai geologi della Città Metropolitana, all’Ingv e alla Sapienza) non sono riuscite ancora a fare piena luce sulle cause. Adesso l’ipotesi che hanno avanzato e che stanno verificando sul campo i ricercatori e le ricercatrici di Sotterranei di Roma – nell’ambito della Convenzione di collaborazione gratuita con la Sovrintendenza Capitolina – è quella di un eventuale legame tra i dissesti geologici che si sono manifestati a Parco Rabin e la possibile presenza nel suo sottosuolo dei canali di adduzione idrica che dall’impluvio naturale di via Panama rifornivano d’acqua i bacini del lago storico.

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