Gli angeli posti a protezione della Madonna dai bombardamenti.

A cura di Lorenzo Grassi
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Appena fuori dal Vaticano, tra il Palazzo del Sant’Uffizio e l’ingresso al Pontificio Oratorio di San Pietro, un piccolo tratto di muro ospita un’immagine della Vergine seduta con il Bimbo benedicente alla sua destra fra tendaggi aperti a baldacchino. Questo dipinto a fresco di scuola Sette-Ottocentesca dai colori delicati era in origine sotto una gran tettoia ricurva su un lato della vicina Porta Cavalleggeri, murata dopo il 1870 poco oltre l’angolo dell’Oratorio. In seguito fu spostato nel luogo dove è oggi, in una nicchia bordata da una cornice di legno, dove con il titolo “Madonna delle Grazie” fu venerato sino agli anni della guerra.

Nel bombardamento del 1° marzo 1944 – il secondo che colpì la zona del Vaticano dopo quello del 5 novembre 1943, anche questo con autori ancora misteriosi – le schegge colpirono il Palazzo del Sant’Uffizio, penetrando anche negli appartamenti e mandandone in frantumi tutti i vetri. Tranne quello che proteggeva la “Madonna delle Grazie”, rimasta intatta al centro di una fitta rosa di colpi, ben visibili tutt’intorno all’effigie. A seguito di questo fatto singolare, e in gratitudine per avere evitato conseguenze peggiori, l’Oratorio di San Pietro decise di abbellire l’immagine sistemandola dentro un’incorniciatura di marmo bianco (per munifico intervento del Commendatore Aldo Spinelli) il 27 febbraio 1950.

Dettaglio di uno degli angeli con lo scudo chiodato.

Sopra un’alta base, lo scultore Silvio Silva compose due angeli dalle lunghe tuniche che levano grandi scudi chiodati simili ad ali di ferro, per proteggere la Vergine, posta sotto la corona del timpano ricurvo. Sono gli unici due angeli al mondo votati alla protezione antiaerea. La nuova edicola fu inaugurata dal Cardinale Borgongini Duca, allora monsignore, che ne dettò l’epigrafe “Ab angelis defensa – Kal. Mart. A.D. MCMXLIV” in memoria dell’evento dal quale l’effigie prese anche il nome di “Madonna delle Bombe”, con cui da allora viene tenuta in grande venerazione.

Un santino con il richiamo all’incolumità di Roma.

Tra il 4 e il 5 giugno 1944 i nazisti abbandonarono Roma senza distruggerla e anche gli Alleati non infierirono con i bombardamenti. Si dissolse così l’incubo di un terribile assedio, di una battaglia estenuante nel centro urbano e di una carneficina. Per i romani, disorientati e ridotti alla fame dopo nove mesi di occupazione, la Liberazione incruenta della città ebbe un solo artefice: la Santa Vergine del Divino Amore. A migliaia, seguendo l’invito di Papa Pio XII, l’avevano implorata, facendo un voto solenne per la salvezza dell’Urbe. Si erano stretti in preghiera, nelle ore drammatiche, nella Chiesa di Sant’Ignazio da Loyola, nel centro di Roma, dove l’immagine più cara al cuore dei romani della Madonna del Divino Amore era stata trasportata dal Santuario di Castel di Leva.

Altarino commemorativo sulla Basilica di San Lorenzo in Lucina.

Il Papa, infatti, per preservarla dal rischio di distruzioni che minacciava il Santuario – la zona di Castel di Leva era stata bombardata dopo l’8 settembre 1943 – l’aveva fatta portare a Roma il 24 gennaio 1944, collocandola inizialmente nella chiesetta della Madonna del Divino Amore presso piazza Fontanella Borghese. Ma a febbraio del 1944, in conseguenza dell’enorme afflusso dei fedeli, l’immagine fu trasferita nella vicina Basilica di San Lorenzo in Lucina. Presto la grande affluenza obbligò ad un nuovo trasferimento nella più ampia Chiesa di Sant’Ignazio. Papa Pio IX, vista l’imminenza della battaglia per la conquista di Roma tra i nazisti e gli Alleati, invitò i romani a pregare per la salvezza della città durante l’ottavario della Pentecoste e la novena della Madonna del Divino Amore, iniziate quell’anno il 28 maggio.

La scritta sotto la Madonnina posta dopo la guerra in via Chiana.

Il 4 giugno 1944, lo stesso giorno in cui terminava l’ottavario, si decisero le sorti di Roma. Alle 18 nella chiesa gremita di Sant’Ignazio fu letto il testo del voto dei romani alla Madonna del Divino Amore, affinché la città fosse risparmiata dalla distruzione della guerra. I fedeli promisero di correggere la propria condotta morale, di erigere un nuovo Santuario e di realizzare un’opera di carità a Castel di Leva. Il voto fu espresso in fretta, per via del coprifuoco che scattava alle 19. A leggere il voto, al posto del Papa (che non poteva lasciare il Vaticano per il pericolo di cattura), fu il Camerlengo dei parroci, padre Gremigni. Quella stessa sera i tedeschi iniziarono a lasciare la città e le truppe Alleate ad entrare da Sud.

La statua in ricordo del discorso tenuto da Pio XII.

L’11 giugno 1944 Papa Pio XII potè recarsi finalmente nella Chiesa di Sant’Ignazio e celebrare una messa di ringraziamento alla Madonna del Divino Amore, alla quale fu dato il titolo di Salvatrice dell’Urbe. Durante l’omelia il Pontefice disse: “Noi oggi siamo qui non solo per chiederLe i suoi celesti favori, ma innanzitutto per ringraziarLa di ciò che è accaduto, contro le umane previsioni, nel supremo interesse della Città eterna e dei suoi abitanti. La nostra Madre Immacolata ancora una volta ha salvato Roma da gravissimi imminenti pericoli; Ella ha ispirato, a chi ne aveva in mano la sorte, particolari sensi di riverenza e di moderazione; onde, nel mutare degli eventi, e pur in mezzo all’immane conflitto, siamo stati testimoni di una incolumità, che ci deve riempire l’animo di tenera gratitudine verso Dio e la sua purissima Madre

Lapide in una strada del Rione di San Filippo.

Del “passaggio” della Madonna del Divino Amore in città sono rimaste diverse tracce, a partire dai Santini d’epoca. C’è un’edicola sulla facciata della Basilica di San Lorenzo in Lucina; mentre nella Chiesa di Sant’Ignazio, accanto al portale d’ingresso, una lapide ricorda le implorazioni del popolo romano. Sull’altare di San Giuseppe anche un mosaico della Madonna del Divino Amore ricorda la sosta del venerato affresco nella chiesa. Altre lapidi in diversi quartieri della città ricordano il ruolo salvifico della Madonna del Divino Amore, come quelle al Rione San Filippo, in via dei Ramni a San Lorenzo o in via Chiana al quartiere Trieste.

La Madonnina incastonata nelle Mura Aureliane in viale del Policlinico.

Il 19 luglio 1943 il tramviere Marco Ferranti fu sorpreso dall’allarme antiaereo in viale del Policlinico e cercò scampo riparandosi accanto alle Mura Aureliane nei pressi di un’edicola sacra con una statuetta della Madonna del Divino Amore, frutto della devozione popolare. Il tramviere si raccomandò alla Madonnina e, “miracolosamente”, insieme a chi si era riparato lì vicino si salvò dal primo bombardamento di Roma. Il giorno dopo Ferranti appose sotto la statuetta una targa di marmo con la scritta “Alla Vergine Maria, per grazia ricevuta”. In seguito molte altre targhe furono attaccate su quel tratto di Mura, accanto alla “Madonnina del Tramviere” – come la chiamò la gente – dato che tra i romani si era diffusa l’abitudine di invocare quella Madonna durante le incursioni aeree.

Il mosaico della Madonnina visto da vicino.

Viene riferito un legame con la devozione sulle Mura Aureliane anche in riferimento al bombardamento del 13 marzo 1944, con una donna che insieme ai suoi due figli si salvò “miracolosamente” mentre era a bordo di un tram colpito tra via Morgagni e il Policlinico e fece posizionare un altarino di legno. Fatto sta che la tradizione è proseguita nel dopoguerra, fino a coprire centinaia di metri di muraglione con circa ventimila ex voto. Una miriade di piccole lapidi visibili in una scena del film “Vacanze romane” del 1953 con Gregory Peck e Audrey Hepburn. In occasione delle Olimpiadi del 1960, per ragioni di decoro, fu decisa la rimozione di tutti gli ex voto, che furono trasferiti al Santuario del Divino Amore.

La famosa scena del film “Vacanze romane”.

La memoria di quel luogo però è rimasta viva. All’interno dell’edicola sacra c’è un mosaico con la raffigurazione della Madonna del Divino Amore e una lapide siglata S.P.Q.R. con la scritta: “Perché nessuno dimentichi e disperi, il Comune di Roma vuol qui venerata questa immagine sacra che a noi rimasti nella guerra senza più scampo, fra la schiavitù e la morte, sola sorrise”. Fuori c’è una cassettina per le offerte alle opere della Madonna del Divino Amore.

Infine, sparse per la città, ci sono molte altre edicole e altarini, per la maggior parte dedicate alla Madonna, che hanno avuto origine da episodi bellici e sono state contornate da ex voto.

Chiesa Istituto Gesù e Maria (Via Flaminia, Collina Fleming).
Ex Istituto Ittiogenico (Stazione Tiburtina).
Ingresso camera mortuaria del Policlinico Umberto I.

Ma sono da ricordare anche quelle – ininterrottamente venerate – presenti in via di Portonaccio (angolo largo Preneste) e viale Trastevere con corollario di muri pieni di ex voto. Che sono stati tolti, invece, dalla Madonnina in piazzale Brasile (Porta Pinciana). Da ricordare anche le Madonnine in via Merulana e in via Nomentana.

Madonnina piazzale Brasile.
Madonnina via di Portonaccio.
Madonnina via Merulana.
Madonnina via Nomentana.
Madonnina viale Trastevere.