Storia

Il Carabiniere del Re

A cura di Lorenzo Grassi
© lorenzograssi.it

Il parco di Villa Ada a Roma non finisce mai di stupire e ora ha svelato una storia che ha dell’incredibile e riporta indietro le lancette del tempo sino ai momenti cruciali della Seconda guerra mondiale, vissuti in quella che è stata a lungo la residenza privata nella Capitale d’Italia della famiglia reale Savoia. In una cava che si apre nel fitto della boscaglia – durante un sopralluogo con l’associazione Sotterranei di Roma per un progetto di studio in collaborazione con la Sovrintendenza Capitolina – abbiamo scoperto alcuni importanti cimeli del periodo bellico.Erano sparsi sul pavimento di terra in un piccolo ambiente ipogeo che si raggiunge al termine di un impegnativo e labirintico percorso speleologico, fra strettoie e crolli, che si insinua nelle viscere oscure di Villa Ada per oltre 300 metri. Sono i resti della divisa di un Regio Carabiniere – un fregio, mostrine, stellette e bottoni – che hanno resistito al trascorrere dei decenni e alle difficili condizioni climatiche delle gallerie. Sono spuntate anche due monete degli anni Quaranta, i bossoli del mitra in dotazione all’epoca ai Carabinieri e – cosa più importante – una targhetta identificativa.

Uno dei passaggi nella Cava di Villa Ada.

Sopra c’è inciso il nome di Michelangelo Benedetti, con l’anno di nascita 1923. E questa era l’unica traccia tangibile che abbiamo potuto seguire con il Gruppo Ipogei bellici del Centro Ricerche Speleo Archeologiche-Sotterranei di Roma. Il colpo di fortuna è stato scoprire sul web, quasi per caso, una corrispondenza con un Carabiniere originario del Comune di Negrar di Valpolicella, nel veronese, che aveva prestato servizio proprio a Villa Savoia ed è deceduto nel 1989 a 66 anni. Così il cerchio della memoria si è chiuso. Ora quei cimeli si spera possano essere riconsegnati come è doveroso ai familiari. E sono stati la vedova Natalina Degani e i figli Lia e Silvano ad aiutarci a ricostruire l’avventurosa epopea vissuta dal loro congiunto. Michelangelo Benedetti, con un fratello maggiore anch’esso Carabiniere, era partito per Roma il 18 settembre 1942 per svolgere il servizio di leva nei Regi Carabinieri. Poi era stato assegnato al servizio di guardia a protezione della residenza reale di Villa Savoia, dove era entrato in confidenza con Vittorio Emanuele III. «Quando uscivo dalla garitta – aveva raccontato nel 1986 in un’intervista al quotidiano L’Arena – il Re mi mandava a chiamare perchè giocassi a carte con lui. Dopo un po’ si rese conto che ero imbattibile e così preferì avermi come amico che come nemico di gioco. Diventammo una coppia senza rivali».

Alcuni dei cimeli bellici trovati nella Cava di Villa Ada.

Ma gli eventi erano destinati a precipitare. Nel pomeriggio del 25 luglio 1943, con ogni probabilità, Michelangelo Benedetti è partecipe di un passaggio cruciale per la storia d’Italia: l’arresto di Benito Mussolini a Villa Savoia. «Aveva come superiore diretto un Maresciallo – ci ha raccontato la vedova, Natalina – al quale aveva confidato le sue preoccupazioni sulla situazione, ma era stato tranquillizzato. Qualche tempo dopo, però, lo stesso superiore gli disse che il giorno che non lo avesse visto arrivare regolarmente al lavoro avrebbe dovuto abbandonare a sua volta Villa Savoia». Cosa che avvenne subito dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, con la famiglia reale in precipitosa fuga da Roma e la Capitale lasciata allo sbando. È in quelle fasi concitate che entra in gioco l’oscura cava di Villa Ada, come possibile rifugio di fortuna. Enrico d’Assia, figlio di Mafalda di Savoia, ha riportato in un suo libro la testimonianza della governante di Villa Polissena che sosteneva di «aver nascosto per un certo periodo nelle “catacombe” alcuni Carabinieri ricercati dalla Gestapo». Il riferimento potrebbe essere proprio a Michelangelo Benedetti e ad altri militari in cerca di salvezza. «A noi papà, che non amava molto parlare del periodo brutto della guerra, aveva raccontato in modo vago di essere stato accolto da una famiglia», ci hanno detto i figli Lia e Silvano. Che vi abbia trovato riparo o meno, alla fine la sua divisa è rimasta nella cava.

L’esplorazione nella Cava di Villa Ada.

«Lui, invece, è stato catturato dai tedeschi e messo su un treno per la Germania – ci ha raccontato ancora la vedova – ma il fratello, che era stato catturato in precedenza e trasferito in un campo di prigionia, era riuscito ad avvertirlo su cosa andava incontro. Per questo, poco dopo la stazione di Mantova, con l’aiuto di altri militari che viaggiavano con lui riuscì a farsi scaraventare giù dal treno fuori dal finestrino e a far perdere le sue tracce». Un percorso rocambolesco che lo riporterà prima sino al paese natio di Negrar di Valpolicella e poi al reintegro nei Carabinieri di Cremona, il 4 luglio del 1944, dove rimarrà sino alla fine della sua carriera militare.

Hanno partecipato al progetto di studio per l’associazione CRSA-Sotterranei di Roma: Alfonso Diaz Boj, Michela Foffo, Lorenzo Grassi, Andrea Luzi, Kyoko Mino, Valerio Monteguzzo, Romano Moscatelli, Riccardo Paolucci, Pietromassimo Pasqui, Riccardo Ribacchi e Daniele Zaino.

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