A cura di Lorenzo Grassi
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Verba volant, scripta manent. Ma una registrazione può fare miracoli e mette i brividi sentire direttamente dalla voce di Vittorio Emanuele III – il “re della fuga” – invocare Dio “in testimonio della promessa che da oggi in poi il mio cuore, la mia mente, la mia vita offro alla grandezza ed alla prosperità della Patria”. Sono parole tratte dal discorso pronunciato nell’Aula del Senato l’11 agosto del 1900 per la sua ascesa al trono, rimaste incise nei solchi di un raro disco della Pathè gelosamente conservato nel Museo del disco d’epoca di Sogliano al Rubicone.

  
La copertina e la facciata del lato A del disco con il discorso di Vittorio Emanuele III.

La qualità non è perfetta, ma il testo è comprensibile (seppure forse leggermente accelerato). Il gentilissimo Davide Parenti lo ha rimesso per noi sotto la puntina di un grammofono di inizio 900 originale della Pathè, progettato proprio per riprodurre dischi ad una velocità che varia dai 90rmp ai 130rpm. Così ora vi possiamo offrire l’ascolto di questo eccezionale documento sonoro.

11 agosto 1900 – Aula del Senato
Discorso di Vittorio Emanuele III salendo il trono


Questo il testo integrale:

Signori senatori e signori deputati! Il mio primo pensiero è per il mio popolo ed è pensiero di amore e di gratitudine. Il popolo che ha pianto sul feretro del suo re, che affettuoso e fidente si è stretto intorno alla mia persona, ha dimostrato quali solide radici abbia nel Paese la monarchia liberale. Da questo plebiscito di dolore traggo i migliori auspici del mio regno. La nota nobile e pietosa, che sgorgò spontanea dall’anima della Nazione, mi dice che vi ha ancora nel cuore degli italiani la voce del patriottismo, che ispirò in ogni tempo miracoli di valore. Sono ben lieto di poterla accogliere.

Quando un popolo ha scritto nel libro della Storia una pagina come quella del nostro Risorgimento, ha diritto di tenere alta la fronte e di mirare alle più grandi idealità. Ed è a fronte alta e mirando alle più grandi idealità che io mi consacro al Paese con tutta l’effusione ed il vigore di cui mi sento capace, con tutta la forza che mi danno gli esempi e le tradizioni della Casa.

Signori senatori e signori deputati! Impavido e sicuro ascendo il trono, con la coscienza dei miei diritti e doveri di re. L’Italia abbia fede in me come io ho fede nei destini della Patria e forza umana non varrà a distruggere ciò che i nostri padri hanno, con tanta abnegazione, edificato. Non mancherà mai in me la più serena fiducia nei nostri liberali ordinamenti e non mi mancheranno la forte iniziativa e la energia dell’azione, per difendere vigorosamente le gloriose istituzioni del Paese. Invoco Dio in testimonio della mia promessa, che da oggi in poi il mio cuore, la mia mente, la mia vita offro alla grandezza ed alla prosperità della Patria.

Non meno impressione fa leggere i proclami di Vittorio Emanuele III e del maresciallo Badoglio diffusi il 25 luglio 1943, con la fatidica frase: “Italiani, sono oggi più che indissolubilmente unito a voi dall’incrollabile fede nell’immortalità della Patria“. Qui di seguito il testo integrale:

Proclama di Vittorio Emanuele III
Sua Maestà il Re e Imperatore ha rivolto agli italiani il seguente proclama:

Italiani,
Assumo da oggi il comando di tutte le Forze Armate. Nell’ora solenne che incombe sui destini della Patria ognuno riprenda il suo posto di dovere, di fede e di combattimento: nessuna deviazione deve essere tollerata, nessuna recriminazione può essere consentita.

Ogni italiano si inchini dinanzi alle gravi ferite che hanno lacerato il sacro suolo della Patria. L’Italia per il valore delle sue Forze Armate, per la decisa volontà di tutti i cittadini, ritroverà nel rispetto delle istituzioni che ne hanno sempre confortata l’ascesa, la via della riscossa.

Italiani,
sono oggi più che indissolubilmente unito a voi dall’incrollabile fede nell’immortalità della Patria.

Scatena forti sentimenti di tradimento anche la lettura dell’appello diffuso dal re, attraverso i microfoni di Radio Bari (con audio andato perso), il 24 settembre 1943 e quello “ai Marinai” del giorno successivo. Questi i testi integrali:

Italiani!
Nella speranza di evitare più gravi offese a Roma, città eterna, centro e culla della cristianità ed intangibile capitale della Patria, mi sono trasferito in questo libero lembo dell’Italia peninsulare, con mio figlio e gli altri principi che mi hanno potuto raggiungere. Mi è accanto il mio governo, presieduto dal maresciallo Badoglio, sono con me le nostre valorose truppe che con rinnovato entusiasmo combattono per scacciare dal sacro suolo della Patria la furia devastatrice dell’inumano nemico della nostra razza e della nostra civiltà. Ogni giorno mi raggiungono, chiamati dalla voce dell’onore e fedeli al giuramento a me prestato, quanti riescono a sottrarsi al tradimento del nemico ed alle lusinghe dei rinnegatori della Patria; l’eroica aviazione è qui riunita e non ha mai interrotto il suo cammino di onore e di gloria; la nostra flotta, dopo la prova di cosciente fedeltà e di disciplina voluta dall’armistizio, solca nuovamente il mare della Patria portando alto come sempre il tricolore.

Da qui, dove batte il cuore della Nazione, io parlo a voi italiani che in paese occupato o sparsi per il mondo seguite con appassionata ansia il travaglio della Patria. Sono profondamente amareggiato per quanto una esigua minoranza di persone nate in Italia tenta di tramare ai danni della nostra terra, madre e culla comune, istituendo una illegittima parvenza di governo attorno ad un passato regime che volontà di popolo e libera decisione degli stessi suoi dirigenti ha definitivamente condannato. L’inqualificabile condotta di qualche già valoroso soldato, di pochi cittadini che, gli uni tradendo il giuramento prestato, gli altri dimenticando le ripetute assicurazioni di fedeltà a me personalmente date, fomentando la guerra civile, incitando gli italiani a combattere i propri fratelli, può ferire il mio cuore di re, ma non diminuire la mia assoluta certezza negli immancabili destini della Patria.

Ogni tradimento sarà sventato, ogni viltà verrà smascherata, ogni difficoltà sarà vinta; ritornerà presto a risplendere la luce eterna di Roma e d’Italia. Ne dànno sicuro affidamento il valore delle nostre truppe, la cosciente entusiastica fedeltà della popolazione, il reale poderoso apporto delle forze alleate. Non appena possibile, il governo, cui ora il maresciallo trasfonde tutta la sua anima di fedele ed invitto soldato, seguendo le mie precise direttive, allargherà le sue basi in modo che tutti possano partecipare alla vita politica del Paese come ora tutti ne seguono e ne condividono il duro travaglio. Italiani, ascoltate la voce del vostro re; nessuno sia sordo all’appello della Patria. Il sacro suolo d’Italia deve essere al più presto liberato dal secolare nemico che non ha potuto nascondere l’innato istinto di oppressione e di odio.

Tutti uomini e donne d’Italia, portino il loro contributo di passione e di fede a quest’opera sacra di liberazione obbedendo al Governo del maresciallo Badoglio interprete della mia volontà, Italiani, come nel lontano 1917 ancora una volta il vostro re si rivolge a voi e vi chiama a raccolta: l’ora che incombe sul nostro Paese è grave, sarà certamente superata se tutti ritroveranno la via dell’onore, se tutti sapranno dimenticare nel supremo interesse della Patria ogni propria personale passione. Facciamo che la Patria viva e risorga; ogni nostro sentimento, ogni nostro pensiero, ogni nostro sforzo sia teso a questo compito sacro. Seguitemi: il vostro re è oggi, come ieri, come sempre con voi, indissolubilmente legato al destino della nostra Patria immortale.

Questo, invece, l’appello ai Marinai d’Italia del 25 settembre 1943 nel quale Vittorio Emanuele III ha l’ardire di definire la propria fuga “una nuova dura prova di dedizione e di sacrificio“.