A cura di Lorenzo Grassi
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Sul marmo bianco del lato Sud del colonnato superiore del Vittoriano spiccano alcune evidenti scheggiature. Poco sotto è visibile una piccola lapide che riporta la scritta “Colpito dal nemico” e la data in numeri romani del 10 settembre 1943 (quel giorno il “nemico”, considerata la lapide risalente al dopoguerra, erano diventati i tedeschi). Anche la balaustra in metallo presenta un foro passante dall’alto (parte esterna) verso il basso (parte interna). Ma l’episodio del danneggiamento dell’Altare della Patria presenta ancora oggi diversi lati oscuri. I segni incisi sul marmo – una rosa di colpi stretta e quasi uniforme, la “classica” sventagliata da mitragliatrice d’aereo sparata in avvicinamento – avevano fatto pensare in passato ad un attacco dal cielo contro la postazione italiana messa a guardia del monumento. In effetti risulta che la mattina del 10 settembre 1943 alcuni aerei tedeschi JU87 erano in volo intorno Roma e avevano preso di mira il 18° Battaglione Bersaglieri nei pressi di Settecamini. In diversi testi, poi, è ricordato l’episodio del raid aereo contro la Capitale minacciato dai nazisti nel pomeriggio del 10 settembre – con velivoli già decollati da Viterbo e fermati alle porte di Roma – per forzare la resa della città.


I danni sulla colonna e sullo spigolo della parte superiore del monumento.

Nel libro “Roma 1943”, ad esempio, Paolo Monelli scrive: “Un lancio di volantini minacciò un raid aereo se i soldati italiani non avessero consegnato le armi e Siegfried Westphal, Capo di Stato Maggiore di Kesselring, lo definì “bombardamento indiscriminato”. L’ultimatum fu posto alle 7 del mattino poi, dopo un primo accordo, slittò alle 16. A quell’ora venne dato l’ordine ai bombardieri di decollare da Viterbo per colpire Roma. In extremis si riallacciarono le trattative e in modo rocambolesco via radio fu dato lo stop alla prima squadriglia partita alle 16.15 e vennero fermate anche le altre due squadriglie in decollo”. Questo episodio non viene considerato credibile da alcuni storici (secondo i quali si trattò solo di una “sceneggiata” dei comandi nazisti), fatto sta che nessun aereo tedesco raggiunse la città, né tantomeno colpì il Milite Ignoto.


La relazione del Genio Civile sui danni subiti dal Vittoriano.

Si è ipotizzato allora che il danno sia stato provocato da colpi di artiglieria. Un’ipotesi che ha trovato conferma nei documenti che ho potuto consultare nell’Archivio della Fabbrica del Vittoriano (conservato presso l’Istituto Storia Risorgimento Italiano). Qui, infatti, ho rinvenuto il carteggio relativo alla valutazione dei danni effettuata dal Corpo Reale del Genio Civile e le successive pratiche – sino ed oltre l’arrivo delle truppe Usa – per le necessarie riparazioni. In particolare, in una relazione del Genio Civile datata 16 settembre 1943 si legge tra l’altro: “In seguito agli avvenimenti del giorno 10 u.s. il monumento a V.E. II veniva colpito da due granate, che causavano molteplici danni. Un primo proiettile colpiva la fronte che guarda il Foro Romano del pilastro d’angolo della testata sinistra, producendo grave scheggiatura in due filari di pietra Botticino e nella base. Un secondo proiettile colpiva la colonna isolata adiacente al detto pilastro, danneggiandone notevolmente il fusto, nonché la base. Anche la cornice sottostante subiva rotture multiple. Anche una delle colonne del portico subiva qualche danno. Una delle transenne in bronzo è stata sforacchiata. Inoltre il pavimento in marmi colorati della testata destra è leggermente danneggiato dallo scoppio di una bomba a mano. Si fa presente che per quanto i danni siano molteplici e la loro riparazione richieda una ingente spesa, però non interessano minimamente la stabilità dell’opera”.

   La relazione sui danni subiti dall’edificio dei Valdesi in via IV Novembre 107.

Dunque: due granate sul pilastro della testata di sinistra del monumento (fronte verso il Foro Romano) e una bomba a mano sulla testata di destra. Una seconda relazione conservata presso l’Archivio di Stato di Roma, sempre in conseguenza delle “azioni belliche in Roma del 10 settembre 1943”, riferisce dei danni subiti anche dal vicino fabbricato di proprietà della Chiesa Valdese in via IV Novembre 107, provocati “dallo scoppio di alcuni proiettili di artiglieria”. Nessun documento, purtroppo, descrive nei dettagli la dinamica degli accadimenti di quella giornata che vengono sempre dati per scontati (“a seguito dei noti eventi del 10 settembre”). Per i danni al pavimento della testata di destra, esiste in verità una testimonianza che lo collegherebbe alle conseguenze di uno scontro a fuoco avvenuto nel tardo pomeriggio vicino al monumento – con raffiche di mitra e lancio di bombe a mano – per una autoblindo tedesca incautamente incappata in un posto di blocco dei Granatieri dopo essersi avventurata in centro confidando sulla flebile tregua. Per i danni più gravi alla testata di sinistra del Vittoriano l’unica certezza è invece quella di un’offesa provocata da colpi di artiglieria. Resta da capire sparati da dove e, soprattutto, da chi.

Alcune delle zone segnalate come colpite dall’artiglieria tedesca.

Diverse fonti riportano del martellamento intimidatorio attuato in diverse zone della città dalle truppe tedesche per imporre la resa alle forze armate italiane, ma non vi è alcuna traccia o testimonianza che riguardi l’Altare della Patria. Lo stesso Monelli ricorda che “il 10 settembre 1943 furono lanciate delle granate che colpirono alcune case nei pressi di piazza di Spagna, dietro via del Corso e dietro il Tritone”. Un’altra fonte popolare riferisce di una prima granata che scoppia, “quasi come un fuoco d’artificio”, sulle pendici del Pincio e di danni in via Bocca di Leone. Nel suo libro “1943. Cronache di un anno” Sergio Lepri riporta la testimonianza dell’allora direttore dell’Agenzia Stefani, Roberto Suster: “A mezzogiorno si è appreso che le trattative erano fallite e il cannoneggiamento è ripreso più intenso. Qualche proiettile è piombato in pieno centro, come in via Frattina, angolo di via del Gambero, asportando un quarto di piano. Alle 15 è iniziato un metodico bombardamento della città, fatto per fortuna con i pezzi leggeri, ma con proiettili carichi di potente esplosivo. Le granate sibilavano per le strade e squarciavano le case con inaudita violenza. Attorno alla Stefani, dove eravamo tranquilli e sereni al lavoro, le esplosioni si succedevano, e una granata faceva diroccare una casa in via della Vite a 30 metri dalla nostra sede; un’altra granata colpiva un palazzo di piazza di Spagna, spaccandone in lungo la facciata, un’altra scoppiava a Trinità dei Monti. La faccenda incominciava veramente a farsi seria, tanto che alle 17.15 ho dovuto dare ordine a tutti di scendere nel rifugio, e di lì, poco dopo, di disperdersi per non essere eventualmente presi e internati dai tedeschi. Alle 18 siamo tornati alla Stefani per riprendere il lavoro. Il cannoneggiamento andava ormai affievolendosi, ma i vari redattori, telefonando, segnalavano danni un po’ in tutti i quartieri”.

    
I danni in via Gioberti e i tedeschi che armeggiano con un cannone in via Turati.

Vi sono foto che ritraggono i danni subiti da un palazzo in via Gioberti, ma anche testimonianze relative a zone fuori dal centro. Nel libro “Villa Torlonia e MussoliniEraldo Pistoni scrive: “All’annuncio dell’armistizio i soldati italiani piazzarono una mitragliatrice sul muro della villa che costeggia la via Nomentana. L’arma, puntata nella direzione di Sant’Agnese, aveva un aspetto minaccioso. Poi, al mattino del 9, partirono con le loro camionette. Si sentiva tuonare il cannone, sempre più forte, man mano che le ore passavano. Un proiettile sperduto fischiò alto al di sopra della villa andando a finire, senza far danno, su una via poco lontana”. Un’immagine ritrae i soldati tedeschi mentre posizionano un cannone anticarro PaK 40 all’angolo tra via Filippo Turati e via Urbano Rattazzi.


I cannoni delle truppe italiane in piazzale Ostiense.

La vulgata vuole che i colpi di cannone contro il Vittoriano siano stati sparati da una postazione tedesca sul colle Palatino. Le traiettorie sembrano confermare quella direzione di provenienza. Ma non è detto che da Sud potessero arrivare solo colpi del “nemico”. Secondo un’altra versione, infatti, si sarebbe trattato di “fuoco amico” opera dei cannoni della Sassari collocati nella zona di piazza Albania (dei vetusti pezzi da 75mm di preda austriaca della Prima guerra mondiale). Avrebbero sparato verso il centro della città – e non più in direzione di Porta San Paolo – perchè i tedeschi avevano superato lo sbarramento italiano raggiungendo la Passeggiata archeologica. Chi sostiene questa tesi, inoltre, fa notare che i cannoni in uso ai paracadutisti tedeschi che avanzavano erano anticarro; dunque pensati per un tiro “teso” e assolutamente inadatti per bersagli lontani. Nel libro “Roma in guerra” Bruno Benvenuti e Benedetto Pafi scrivono che quando il dispositivo di difesa italiano risultò essere stato accerchiato dai paracadutisti tedeschi, i difensori girarono i cannoni e spararono “a casaccio” verso il centro. Non resta che andare a caccia di ulteriore documentazione, o magari si può tentare di analizzare nel dettaglio la tipologia dei danni per risalire ai proiettili e all’arma che li ha sparati, per capire chi davvero prese di mira il 10 settembre 1943 – volutamente o forse anche solo per errore – la bianca mole marmorea del Vittoriano.