A cura di Lorenzo Grassi
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In fondo al mare si cela un cimitero sconfinato. Scheletri rimasti imprigionati in relitti oggi ricoperti di sabbia e trasformati in tane per i pesci. Veri e propri sacrari a perenne memoria di sconosciuti atti di eroismo e di fatalità. Quando nell’autunno del 2000 è stata celebrata la messa per i primi marinai recuperati dal sottomarino atomico russo Kursk, il sacerdote ortodosso ha detto ad alta voce una cosa che molti pensano: “I corpi non vanno recuperati. È come se uomini che sono stati già sepolti fossero strappati alla loro tomba“. Tombe dimenticate, perchè una delle terribili leggi non scritte della guerra vuole che sulla strategia sottomarina sia imposto il silenzio più totale. “Un sommergibile parte e non ritorna – ha scritto l’inglese Lord Carson – nessuno sa che fine abbia fatto né dove sia e questo è un punto importantissimo. È meglio che il nemico creda il sommergibile sempre al suo posto». Con questa filosofia molti comandanti sono scomparsi nel nulla insieme ai loro marinai, dentro scafi di acciaio trasformati in trappola.


Il sommergibile Jalea.

In Italia sono almeno quattro gli episodi di tragedie che riguardano sottomarini. Vale la pena conoscerle, grazie alla documentazione dell’Ufficio storico della Marina. Il 18 agosto 1915 giungeva al Comando di Venezia un telegramma: “Ripescato naufrago Vietri Arturo nuotante al largo stop. Dice appartenere al sommergibile Jalea”. Lo Jalea era partito da Venezia, ma nel pomeriggio del 17 agosto 1915, mentre si trovava nel Golfo di Trieste, aveva urtato contro una mina. Questo il racconto del marinaio Vietri: “Il battello ricevette un terribile colpo. Nessun panico, ma visi sconvolti. Rammento due grida: uno di prora “Acqua” e uno dal comandante Ernesto Giovannini “Aria a tutto”. Il battello fu in pochi secondi invaso dall’acqua e rammento di aver sentito l’appoggiarsi del sommergibile sul fondo: ho guardato il manometro e segnava 14 metri. L’atmosfera si intorbidì, l’acqua salì quasi fino al collo e le nostre teste rimasero in una nuvola violacea un poco illuminata dalla luce incerta del fondale, attraverso i cristalli della torretta. Ritornai mezzo soffocato dal gas degli accumulatori verso il comandante e dissi: “Comandante venga a prora, usciremo dal battello”. Ma ebbi per risposta la frase: “Va, Vietri! Addio, io resto al mio posto… è finita!“. Sei membri dell’equipaggio riuscirono a risalire in superficie. Si salvò a nuoto solo il marinaio Vietri.


Il sottomarino Balilla.

La tragica sorte del sottomarino Balilla non ebbe invece testimoni e per tutta la guerra restò avvolta nel mistero. Solo dopo la fine del conflitto un ufficiale austriaco, il tenente Novaz, si sentì in dovere di raccontare quanto aveva vissuto in Adriatico la notte del 14 luglio 1916. Alle 21.30 il sottomarino avvistava le torpediniere austriache 65 e 66 mentre era 25 miglia a Nord-Est dell’isola di Lissa. Subito il Balilla si immergeva per attaccare e lanciava due siluri contro la 65. Improvvisamente un’avaria paralizzava il sottomarino, facendolo impennare fuori dall’acqua. Il comandante Paolo Tolosetto Farinata degli Uberti manovrava con difficoltà. La torpediniera, distante meno di venti metri, riprendeva a cannoneggiare sperando in un cenno di resa. Cenno che non venne mai. «Il comandante del Balilla non volle cessare il fuoco mentre il sommergibile era ridotto all’impotenza – raccontò il tenente Novaz – furono disposti a morire piuttosto che cedere“. Il Balilla usò sino alla fine il proprio cannone, tanto da costringere la torpediniera 65, ripetutamente colpita, a rallentare la corsa. Fu un attimo: venne sostituita dalla 66 che con un siluro prese in pieno il sottomarino che finì per inabissarsi. Con il comandante Farinata colarono a picco tre ufficiali e 34 marinai.


Parte dell’equipaggio del sommergibile scuola F14.

Ventisette erano invece i membri dell’equipaggio del sommergibile scuola costiero F14, trasformato in camera a gas davanti a Pola. Il 6 agosto 1928 era in esercitazione con dieci unità navali della divisione speciale Alto Adriatico. Il sottomarino era stipato di allievi motoristi: a bordo c’erano appunto 27 persone, contro le 14 previste e quattro allievi restarono a terra, salvandosi, perchè arrivati in ritardo. Il comandante Isidoro Wiel doveva simulare un attacco al Regio Esploratore “Brindisi”. Forse per dare sfoggio di audacia, il trentunenne Wiel restò in immersione sino all’ultimo e quando emerse si trovò troppo vicino, praticamente in mezzo alle navi amiche che lo investirono. Il sottomarino F14 affondò sino a 40 metri di profondità. Nei soccorsi si sommarono ritardi ed errori, mentre dagli abissi venivano messaggi sempre più deboli: “Fate presto, qui si muore“. I palombari attaccarono la manichetta dell’aria. Fu l’errore fatale: il pompaggio nel sottomarino, privo di sfiati, fece salire la pressione e un misto di anidride carbonica e cloro, prodotto dalle batterie allagate, trasformò l’interno dell’F14 in una camera a gas.


Il sottomarino Veniero.

L’ultimo episodio è quello del sottomarino Veniero. All’alba del 26 agosto 1925 era in agguato nel Canale di Sicilia per un’esercitazione. La motocisterna “Capena” non lo vide e gli passò sopra. A bordo della nave sentirono solo uno scossone e lo archiviarono come “colpo di mare”. Due giorni dopo, terminata l’esercitazione, navi e sommergibili tornarono in porto. Mancava all’appello il Veniero. Il 29 agosto ad Augusta si tenne regolarmente e in pompa magna la rivista navale e aerea di regime. Intanto gli idrovolanti trovarono tracce di nafta dove era scomparso il Veniero. Si cercò “alacremente con tutti i mezzi”, ma del relitto del sottomarino non c’era traccia. Poi si scoprì l’investimento da parte della motocisterna. Si cercò ancora senza fortuna. Solo nel novembre del 1990, anche grazie alle reti dei pescherecci siciliani che finivano per incagliarsi sul relitto e ad un’immersione di Enzo Maiorca, il relitto del Veniero fu localizzato. A bordo riposano i 48 uomini dell’equipaggio che sono ricordati con un monumento al Cimitero del Verano a Roma.

   
Il monumento in ricordo delle vittime del Veniero al Cimitero del Verano.

Anche all’estero sono ricordate alcune famose tragedie. Il sottomarino Thetis era l’orgoglio della Marina britannica ma si trasformò in una bara per 99 persone appena entrò in acqua. Solo quattro marinai riuscirono a salvarsi. Gli altri morirono nella baia di Liverpool, davanti ai loro cari e ad un passo dalla salvezza, imprigionati in un guscio d’acciaio che faceva capolino beffardamente dall’acqua. La tragedia avvenne il primo giugno 1939 per una serie di difetti, errori e contrattempi che presi da soli non sarebbero stati irrecuperabili. Ma sul Thetis, per il varo, c’era una grande confusione: molti civili, tecnici e persino personale di servizio per il grande buffet in programma. Nella cabina erano stipate il doppio delle persone che avrebbero dovuto esserci in condizioni normali.


Il sottomarino Tethis durante i disperati tentativi di soccorso.

L’errore che diede il via alla catastrofe fu il tubo di lancio numero 5 lasciato aperto. Il battello iniziò così ad imbarcare acqua a prua. Nessun problema in condizioni ordinarie: i tubi di lancio hanno infatti una chiusura interna che si blocca quando è aperta quella esterna. Ma sul Thetis il meccanismo non funzionò e l’acqua iniziò a riempire lo scafo. Poco fuori dal porto il sottomarino puntò la prua verso il basso e finì sul fondale a testa in giù. Le persone a bordo salirono verso poppa. Avrebbero avuto anche aria a sufficienza, se l’agitazione di molti inesperti non avesse aggravato il tutto. In una melma fangosa, con poca luce e una scarsa conoscenza dei sistemi di sicurezza del nuovo sottomarino, furono consumate in breve tempo le possibili 36 ore d’aria che erano a disposizione. Solo in quattro ne vennero fuori. Poi iniziò il lento recupero dei 99 cadaveri. E le vittime salirono a cento il 23 agosto 1939, quando rimase ucciso anche un sommozzatore al lavoro intorno al relitto. Il 3 settembre il Thetis fu tirato a secco. Quel giorno Francia e Gran Bretagna dichiaravano guerra alla Germania.

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