A cura di Lorenzo Grassi
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Tra le tante micidiali armi utilizzate durante la Seconda guerra mondiale, con esperimenti pionieristici già nella Prima, un capitolo particolare è composto dalla grande varietà di potenziali “offese aeree incendiarie”: dalle piccole piastrine agli spezzoni con la termite, passando per latte, bidoni e tubi, sino alle micidiali bombe al fosforo e ai pezzetti di fosforo bianco. Armi molto temute, sia in ambito urbano che soprattutto in quello agricolo (dove erano mirate alla distruzione con il fuoco dei preziosi raccolti di grano), ma che per fortuna ebbero un impiego abbastanza sporadico e limitato, in quanto presto soppiantate almeno nei raid sulle città dalle più efficaci vere e proprie bombe incendiarie. In ogni caso, tra il 1941 e il 1943, il Ministero dell’Interno pensò bene di diramare oltre una decina di circolari per mettere in guardia la popolazione da queste minacce di fuoco dal cielo e consigliare come proteggere efficacemente case e campi.

Inizialmente a preoccupare di più erano le piastrine incendiarie che, come vedremo in seguito, ingannarono vigliaccamente anche i bambini e lasciarono uno strascico di sangue. “Gli aviatori inglesi – si legge in un’istruzione del 1941 dedicata proprio alle piastrine – fin dall’agosto del 1940 hanno cominciato a gettare, su vaste zone della Germania, un nuovo subdolo mezzo di offesa. Quali che ne siano stati finora gli effetti, la minaccia non deve essere sottovalutata”. Nell’autunno del 1943 l’attenzione della Direzione generale per i servizi della Protezione antiaerea del Ministero si sposterà sulle terribili bombe al fosforo. In mezzo, nel 1942, furono invece diramate ben cinque circolari dedicate ad una modalità di attacco allo stesso tempo antica e curiosa: i palloni di provenienza nemica, il loro rinvenimento e le bottiglie incendiare gettate da palloni nemici.

Proprio ai palloni incendiari, tema rimasto un po’ in ombra, è dedicato questo approfondimento. Ci aiuta la dettagliata descrizione presente in una circolare-istruzione del 1943, che nelle premesse ricorda il largo uso dei palloni anche per altri scopi: sonda, pilota, sagoma, da ostruzione. Quelli che ci interessano erano suddivisi in due tipologie principali: palloni con ordigno incendiario e palloni con bottiglie incendiarie. Partiamo dai primi.

I palloni con ordigno incendiario erano predisposti per trasportare in volo quattro sacchetti a coppie, ciascuno di circa 60 centimetri di lunghezza per 15 di diametro, con dentro trucioli paraffinati, chiusi in un involucro di iuta. Vi erano poi due taschette di polvere incendiaria, con accenditore a resistenza elettrica, applicate a ciascuna coppia di sacchetti. Completava il tutto un cilindro di ottone con una batteria elettrica di accensione funzionante in seguito ad urto. “L’ordigno – spiega l’istruzione – lasciato cadere dal pallone mediante un congegno automatico, urtando contro la terra fa agire la batteria elettrica di accensione che dà fuoco alle due taschette di polvere incendiarie le quali, a loro volta, lo propagano ai trucioli di legno paraffinato determinando così un focolaio di incendio”. Nel disegno sono indicati: 1) I sacchetti di iuta con dentro i trucioli di legno paraffinati; 2) Le taschette di polvere incendiaria (normalmente non visibili perchè chiuse nei sacchetti); 3) Il cilindro di ottone con la batteria; 4) I conduttori elettrici; 5) Il contatto dei fili di metallo per l’accensione ad urto; 6) La testa di bachelite.

La seconda tipologia – di uso più sporadico – erano i palloni con bottiglie incendiarie, una sorta di “molotov volanti”, realizzati per trasportare un recipiente cilindrico di latta con dentro sette bottiglie di vetro. Ogni bottiglia veniva riempita in alcune versioni con petrolio o, più comunemente, con tre strati sovrapposti: uno di fosforo disciolto in solfuro di carbonio, uno di acqua e uno di pece e gomma diluiti in benzolo. Il collo delle bottiglie era rivestito da un cilindro di latta strozzato all’estremità superiore, nel quale poteva scorrere, fino a portarsi a contatto del collo della bottiglia, una pallottola di ferro assicurata da una striscia di tela funzionante da governale per permettere la caduta delle bottiglie in posizione normale. Il funzionamento era il seguente: la scatola di latta con le bottiglie si apriva automaticamente, ad un determinato momento, lasciando uscire le bottiglie. Queste ultime, cadendo a terra, si rompevano o in seguito all’urto o per effetto del colpo che dava la pallottola di ferro sul tappo della bottiglia. Con la rottura fuoriusciva il liquido che si infiammava a contatto dell’aria per via dell’autocombustione del fosforo, propagando così il fuoco a qualsiasi cosa si trovasse nelle vicinanze su ampie superfici. È documentato un massiccio attacco sferrato nell’ottobre del 1942 con palloni con bottiglie incendiarie contro alcuni Comuni dell’astigiano (in particolare Buttigliera d’Asti e Castelnuovo Don Bosco).

Le circolari, oltre alle consuete norme di prevenzione, indicavano anche alcuni consigli per la “repressione degli incendi provocati” dalle offese aeree. Da notare che la presenza del fosforo rendeva lo spegnimento molto pericoloso a causa dei rischi di ustioni e di intossicazione da vapori (esalazioni di anidride fosforica). Bisognava dunque evitare assolutamente di toccare gli ordigni con le mani o di avvicinarsi senza protezione delle vie respiratorie. L’obiettivo era quello di gettare il tutto in buche predisposte all’occorrenza (soprattutto in campagna) con una profondità di almeno mezzo metro per lasciare che l’effetto incendiario potesse esaurirsi autonomamente in sicurezza. In alternativa era consigliato ricoprire gli oggetti con terra o sabbia – da tenere sempre a portata – per soffocarne l’azione. “I vapori del fosforo in combustione sono tossici – spiegava l’istruzione del 1943 – dato però che la quantità unitaria di fosforo è difficilmente molto grande, la concentrazione pericolosa dei vapori si ha soltanto intorno al punto ove il fosforo brucia e diminuisce rapidamente. Per non soffrire danno basta perciò avvicinarsi sopra vento al punto dal quale emanano i vapori e solo nel caso che ci si debba avvicinare molto ad esso sarà bene coprirsi il naso e la bocca con un fazzoletto o una pezzuola riempita di paglia, fieno o terra vegetale, convenientemente bagnata”. Si consigliava anche, nel caso di spezzoni incendiari, di “avvicinarsi sempre all’ordigno che brucia protetti da un riparo qualsiasi (per es.: uno scudo anche di legno, una porta, ecc.) ed in ogni modo nel dubbio si tratti di spezzoni muniti anche di bombe esplosive, attendere cinque minuti prima di avvicinarsi”.

Oltre ai palloni, come detto, c’erano diverse altre offese aeree incendiarie: piastrine, spezzoni, bombe al fosforo, latte o bidoni incendiari, tubi incendiari e pezzi di fosforo bianco. Meritano un approfondimento, per il loro significativo uso, le piastrine che fecero la loro comparsa in Germania nel 1940 e poi anche in Italia. Erano delle lastre in celluloide semplice o doppia di vario colore e di forma quadrata (lati di 5 o 10 centimetri) con un foro rotondo al centro di circa 1,5 centimetri di diametro. Sopra il foro veniva applicata una pillola di fosforo di 0,5/1 grammo di peso, avvolta in un piccolo involucro di garza fissato con gancetti di filo di ferro. Al momento del lancio le piastrine venivano imbevute di acqua o di altra sostanza liquida capace di impedire al fosforo l’immediata autoaccensione. Giunta a terra la piastrina si asciugava gradualmente e il fosforo si incendiava a scoppio ritardato (un clima umido poteva farne slittare l’azionamento anche di molte ore dopo l’incursione) con una fiamma tenace che poteva raggiungere il metro di altezza. La combustione – che sprigionava un fumo bluastro, visibile da lontano – durava in genere un paio di minuti, sufficienti ad incendiare edifici in legno, solai, soffitte, interi raccolti, fienili e boschi. Va considerato che questo tipo di ordigno, per la sua leggerezza e le ridotte dimensioni, veniva lanciato a pioggia in grandi quantità.

Ma c’è di più. “Occorre in special modo – si leggeva nella circolare del 1941 – ammonire i bambini, a fine di evitare che, rinvenendo le piastrine quando sono inattive, le raccolgano per farne oggetto di giuoco, e corrano in tal modo gravi pericoli all’atto della spontanea combustione, che può avvenire anche per sfregamento”. Un monito che era stato lanciato anche per alcuni rari esempi di matite esplosive. Riguardo il micidiale strascico lasciato dalle piastrine – arma temibile, per fortuna non sfruttata a fondo – va segnalata la copertina della “Domenica del Corriere” del 21 aprile 1946 che, accompagnata da una suggestiva illustrazione, riporta la notizia di “uno strano incidente a Roma”. “Due ragazzi che avevano raccolto alcune piastrine per via e se le erano messe in tasca – si legge nella didascalia – si trovavano improvvisamente avvolti dalle fiamme. Si trattava di piastrine di fosforo residuati di guerra. Due uomini accorrevano in soccorso dei ragazzi che si rotolavano al suolo urlando per il dolore, ma il fosforo si appiccava anche ai loro abiti”. Purtroppo anche in tempi più recenti il fosforo è tornato di attualità, con i sospetti di un suo utilizzo contro i civili nella guerra in Siria.

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