A cura di Lorenzo Grassi
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Dal 5 al 9 giugno il Campus di Ravenna dell’Università di Bologna ospita la prima Conferenza dell’Associazione Italiana di Public History, nell’ambito della quale una sessione – coordinata da Luigi Tomassini – è dedicata al tema: “Insegnanti e giornalisti come public historian?”. Quello che segue è il testo della mia “relazione virtuale”, non essendo riuscito a partecipare di persona a questo importante evento. Intanto i contatti in vista della Conferenza – in particolare con Giacomo Zanibelli – hanno portato un primo risultato: la nascita del gruppo Facebook della Rete giornalisti storici (Regis), per mettere in collegamento fra loro i giornalisti che in Italia, per professione o passione, si occupano di studi e divulgazione storica. Uno strumento aperto per lo scambio di conoscenze ed esperienze.

Vorrei sviluppare la mia relazione seguendo esperienze personali ed esempi concreti, che consentano di approfondire il ruolo che possono svolgere i giornalisti nel recuperare, riattualizzare e divulgare gli accadimenti storici. Parto con un domanda: cosa accomuna un articolo sul decreto del Duce che vietava la produzione e la vendita dei giocattoli con un servizio televisivo sulle sirene antiaereo di Roma? L’aver solleticato la curiosità dei lettori/telespettatori, riscuotendo un’attenzione e un’audience oltre ogni previsione. Il servizio sui giocattoli ha ispirato un cortometraggio (in via di ultimazione); quello sulle sirene, andato in onda nella parte finale del Tg2, ha fatto registrare in controtendenza un picco di share. Questo segnala che tra i fruitori dell’informazione c’è una diffusa predisposizione di base alla narrativa dell’approfondimento storico.

La capacità di analisi dei fatti, di comparazione e di ricerca del dettaglio e di nuovi punti di vista, che sono proprie dei giornalisti, possono consentire – evitando lo sterile sensazionalismo e le mistificazioni di parte – di ottenere veri e propri “scoop del passato”. Posso citare l’esempio della famosa fotografia di Pio XII con le braccia al cielo tra la folla dopo che le prime bombe erano cadute su Roma. Tornando ad ascoltare i sopravvissuti e visionando i negativi negli archivi dell’Istituto Luce, ho appurato che quell’immagine – contrariamente all’iconografia ufficiale accreditata – non era riferita al 19 luglio 1943 né al quartiere di San Lorenzo. Questo ha spinto ad un ulteriore passo, con la ricerca delle vere immagini di quel giorno, che di recente ha portato dei primi risultati. Il giornalista può e deve avere dunque un ruolo “civile” di rilettura critica e di passaggio al setaccio delle “verità” acquisite.

Un’altra esperienza che mi ha fornito spunti è stata quella del coordinamento del recupero, studio e gestione – insieme all’Associazione Sotterranei di Roma – del percorso di visita al bunker e ai rifugi antiaerei della famiglia Mussolini a Villa Torlonia (Roma). Un sito politicamente delicato, seppure “sdoganato” dal Sindaco Veltroni con la filosofia di “fare sino in fondo i conti con il passato per sgonfiarne i tabù”. L’approccio giornalistico – sul piano della ricerca d’archivio, della proposizione solo di documenti e oggetti storicamente accertati e di una divulgazione multimediale facilitata – è stato determinante per il successo dell’operazione, che ha visto oltre 12 mila visitatori (2.500 studenti) in due anni. Un’esperienza culturale rara di racconto in diretta dei luoghi del passato – purtroppo attualmente sospesa per l’insipienza del Comune di Roma – che ha offerto a molti giovani l’opportunità di scendere fisicamente nella Storia e di toccarla con mano per provare a comprenderla superando la distanza temporale.

Altre due qualità che i giornalisti possono mettere in campo sono lo spirito di servizio e la capacità di ascolto, per una Storia che – con virtuoso meccanismo circolare – possa partire dal basso, dalla comunità, per farvi ritorno come narrazione elaborata. Qui l’esempio è la ricerca sulla Linea Gustav nel tratto tra gli Altopiani Maggiori d’Abruzzo e il Parco della Majella. Un tratto che per la sua geomorfologia sostenne l’urto degli Alleati e per questo – salvo il ricordo di efferati eccidi nazisti, come quello di Pietransieri – è rimasto in ombra rispetto ai luoghi delle grandi battaglie costiere di Ortona e Cassino. Collazionando da cronista le tracce dei luoghi e i racconti degli anziani, con la collaborazione degli studiosi locali, ho visto formarsi man mano una mappa della memoria popolare, che ha poi trovato conferme documentali e sul territorio, Questo lavoro è tornato alla comunità grazie alla divulgazione giornalistica e in prospettiva potrebbe portare a progetti culturali con ricadute turistiche ed economiche.

Una riflessione vorrei dedicarla alla Storia che “circonda” la cronaca. Non si tratta solo di offrire una lista di precedenti, più o meno antichi, magari per evitare il ciclico ripetersi degli errori; si tratta di interpretare al meglio il riuscito slogan della Sapienza Università di Roma: “Il futuro è passato qui”. Si può allora citare il filone delle “curiosità urbane” e della convivenza tra contemporaneità e tracce storiche. Può valere l’esempio del servizio che ho realizzato con la testata regionale del Lazio della Rai per mostrare le antiche palle di cannone ancora presenti a Roma: quasi una ventina, quotidianamente sotto gli occhi dei cittadini, ma invisibili. Da sottolineare la divulgazione al di fuori di un canale specifico – non una trasmissione dedicata alla Storia, ma un Tg regionale – e slegata da qualsiasi richiamo all’oggi. Eppure ha avuto larga eco e grande seguito su Facebook.

Il giornalista storico può trovare nella Rete due strumenti eccezionali: l’interazione e la condivisione. Continuando a citare esempi concreti, segnalo quello del censimento delle sirene antiaereo presenti nella Capitale. La “caccia” fu avviata nel 2007 con un pionieristico esperimento di “crowdsourcing” lanciato da Mario Tedeschini-Lalli. I “navigatori”, con un riuscito test di giornalismo partecipato, sono stati coinvolti nella ricomposizione senza intermediazioni di un puzzle tra presente e passato. Molti gruppi su Facebook svolgono la funzione di collettori e catalizzatori di informazioni a carattere storico, spesso personali e inedite. Quanto alla condivisione, valga l’esempio dell’Atlante dei segnali distintivi della protezione antiaerea a Roma. Un’opera in progress che, grazie alla mobilitazione di una “intelligenza collettiva” su Internet, ha creato a costo zero uno strumento di documentazione storica eccezionale, che altrimenti sarebbe stato irrealizzabile.

Sperando di aver offerto spunti interessanti, termino ricordando quanto sia vano stilare una “graduatoria” dei fatti storici, piccoli e grandi. La loro importanza sta proprio nell’interesse “giornalistico” che possono suscitare nella società che ci circonda, tra i contemporanei. Così può fare breccia nel martellamento informativo persino una collezione dei tombini. L’invito finale è al rispetto dell’etica e della deontologia. Il giornalista storico, forse ancor più di altri, deve mantenere perfettamente integra la propria credibilità e autorevolezza. Per farlo, deve seguire il monito morale di tenere sempre “la schiena ben dritta”, rifuggendo da pressioni e distorsioni che in troppe occasioni hanno mistificato la rilettura storica.