A cura di Lorenzo Grassi
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“Con la mia famiglia e una quindicina di parenti abitavamo nella palazzina di tre piani che si trova al civico 5 di piazza Albina, all’epoca prolungamento di via Icilio. A quel tempo non c’erano grandi alberi e nemmeno il palazzone Bnl nella sottostante piazza Albania, quindi la vista poteva spaziare da Porta San Paolo a viale Africa (attuale viale Aventino) sino ai lontani Colli Albani. La palazzina aveva un’ampia terrazza con una torretta, un luogo strategico per la sua posizione dominante sull’Aventino. Per questo da lassù abbiamo visto passare la storia”. A parlare è Cesare Iorio, che nel 1943 aveva 12 anni e oggi condivide con noi i suoi ricordi. “Mio zio aveva un’impresa di costruzioni e per questo aveva fatto realizzare un ricovero antiaereo nei sotterranei della palazzina, non un semplice anticrollo con l’armatura in legno ma un vero e proprio tunnel che scendeva sino a 13 metri di profondità – racconta Cesare – così quando c’era l’allarme non uscivamo di casa e non andavamo nel ricovero pubblico nelle gallerie della metropolitana in piazza Albania”.

“Per la posizione dominante della terrazza, sin dal 1941 i militari della Dicat l’avevano scelta per posizionare una fotoelettrica antiaerea. C’era un drappello fisso di 5 o 6 militari, che usavano il nostro ingresso e avevano costruito un piccolo casotto nel prato antistante via Marcella – prosegue Cesare – e quel presidio, svettante e forse scambiato per una postazione armata, fu preso di mira dai tedeschi durante la battaglia seguita all’armistizio. Iniziammo a sentire i colpi di cannone fuori Roma dalla sera dell’8 settembre 1943, ma la battaglia arrivò in zona il 10. Nel primissimo pomeriggio, in un silenzio quasi irreale, sentimmo rimbombare l’ordine a voce: “Feuer!” (“Fuoco!”). Da Porta San Paolo partirono 3 o 4 colpi di cannone mirati contro la postazione militare sulla nostra terrazza. Passarono poco sopra la casa e colpirono due villini a un centinaio di metri dietro di noi sull’Aventino. Uno riportò danni abbastanza gravi, ma non ricordo se vi furono morti o feriti”.

“Non era finita – riprende Cesare – nel pomeriggio vedemmo salire da piazza Albania due paracadutisti tedeschi armati sino ai denti. Venivano verso casa nostra e noi ci radunammo tutti sulle scale. Entrarono con decisione e io, che avevo studiato tedesco e lo parlavo, mi rivolsi ad uno di loro. Mi disse che volevano andare sulla terrazza per vedere cosa c’era e che nessuno doveva muoversi altrimenti ci avrebbero uccisi tutti sul posto (cosa che ho raccontato ai miei solo qualche giorno dopo). Saliti sulla terrazza trovarono l’ultimo dei militari di guardia alla fotoelettrica. Era ancora in divisa, mentre nei giorni precedenti molti altri si erano defilati e ad alcuni avevamo prestato dei vestiti civili per cambiarsi. I paracadutisti tedeschi gli strapparono le mostrine e uno dei due, preso un moschetto italiano che era appoggiato su una rastrelliera, senza fatica lo spaccò sul ginocchio. Uno dei soldati chiese un bicchiere di latte, che gli fu subito dato. Più tardi, nella serata del 10, arrivarono i razziatori. Soldati di truppa che ci portarono via la radio e altre cose. Evidentemente il primo drappello non mancò di segnalare la postazione, perché un mese dopo arrivò un ufficiale tedesco del Genio per smontare il prezioso specchio della fotoelettrica, calarlo giù e portarlo via. Per molto tempo rimase solo lo scheletro dell’impianto con qualche parte tecnologica e divenne oggetto di gioco per noi ragazzi che ne staccavamo i pezzi. Fu tolto del tutto dopo la Liberazione di Roma”.

“La mattina dell’11 settembre con mio padre, che già lo aveva fatto da solo la sera del 10, andammo a fare un giro nelle zone circostanti – spiega Cesare – e alcune cose impressionarono molto i miei occhi di dodicenne: la prima fu la vista delle carcasse di due cavalli morti lasciati sul selciato di piazza Albania; la seconda, davanti all’attuale Fao verso il Circo Massimo, quella dei resti di due piccoli carri armati italiani, le “scatolette”, bruciati e distrutti. C’erano anche dei cannoni abbandonati”. Con un salto temporale, i ricordi di Cesare corrono poi ai bombardamenti Alleati che colpirono la zona della stazione Ostiense il 3 e il 7 marzo 1944. “Penso nella prima delle due occasioni, erano quasi le 11 del mattino e forse era suonato l’allarme. Per questo stavo tornando a piedi a casa dalla scuola media che frequentavo in via degli Astalli – ricostruisce Cesare – avevo superato il Teatro Marcello ed ero all’incrocio con Santa Maria in Cosmedin quando vidi improvvisamente gli aerei arrivare da Nord e iniziare a sganciare le bombe quasi sulla mia testa. Mi prese il terrore pensando che procedevano in direzione di casa. Scappai facendo dietrofront e trovando riparo presso la casa di una zia vicino piazza Navona, come concordato in caso di emergenze. Poi telefonò mio padre dicendo che l’Aventino per fortuna non era stato colpito”.

Ma la terrazza avrà un ruolo anche nei giorni della Liberazione di Roma. “Il 4 giugno 1944 eravamo saliti tutti lassù per vedere cosa succedeva – racconta Cesare – quando nel primo pomeriggio si parò davanti la cancellata della nostra palazzina un carro armato tedesco Tigre. Un Capitano ci chiese di poter salire sulla terrazza e si mise a scrutare l’orizzonte con un binocolo. Ne avevo uno anche io e lo puntai in direzione dei Colli Albani: si vedeva una fila di carri armati che scendevano lungo l’Appia tra Albano e le Frattocchie. Chiesi al Capitano se erano dei loro, ma lui mi rispose di no e disse che erano americani. Gli ho fatto gli auguri in tedesco e se n’è andato. Più tardi, verso le 17.30 o le 18, giunse nella sottostante piazza Albania una jeep americana che proveniva da Porta San Paolo. A quel punto vedemmo la gente sbucare in strada e fare festa intorno al veicolo applaudendo. Poi arrivò una seconda jeep e i due mezzi proseguirono lungo viale Africa (oggi viale Aventino) verso il Circo Massimo. Dopo pochi minuti sentimmo una furiosa sparatoria e le mitragliatrici dei tedeschi che erano piazzate nella zona di via di San Gregorio (all’epoca via dei Trionfi) indirizzarono dei colpi con proiettili traccianti anche verso la nostra terrazza. Alcuni minuti dopo vedemmo le jeep americane che tornavano indietro a tutta velocità, tra gli improperi della gente in piazza Albania che gridava: siete appena arrivati e ve ne andate subito? Ma 15 minuti dopo arrivarono in forze i carri armati americani, con i soldati che percorrevano in doppia fila viale Aventino”.

“Con l’arrivo degli Alleati si poteva finalmente tornare a circolare – conclude Cesare – avevo 13 anni e per potermi godere pienamente questa libertà presi la mia bicicletta, ancora da ragazzo, e iniziai a fare dei giri in zone della città dove non ero mai stato. Due o tre giorni dopo la Liberazione andai sulla Nomentana e la percorsi sino all’altezza di dove oggi c’è l’incrocio con il Raccordo anulare. Lì vidi parcheggiata una lunga fila di carri armati americani in attesa di proseguire l’avanzata”. Infine due ricordi sugli scherzi del destino. “Mio zio, dopo i bombardamenti di Roma dell’estate 1943, decise di trasferirsi con la famiglia in una vigna tra Albano e Cecchina per stare più tranquilli – sottolinea Cesare – ma così venne a trovarsi proprio nella zona della battaglia di Anzio e passarono mesi chiusi in una cantina. Una cosa simile capitò anche a mio suocero, che nell’estate del 1943 portò la famiglia con 6 figli (inclusa la mia futura moglie, allora di sette anni) dalla nonna in campagna ad Atina, finendo così nella preparazione della Linea Gustav. Riuscirono a rientrare prima delle battaglie di Cassino. Paradossalmente sarebbero stati più al sicuro sulla nostra terrazza dell’Aventino, un balcone affacciato sulla storia”.

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