Sistema difensivo dei Caposaldi di Roma  

 
A cura di Andrea Grazzini  

 
IL GRANDE RACCORDO BUNKERISTICO  

Le linee fortificate di difesa di Roma si sono allargate nel tempo, sin dal più remoto passato, come centri concentrici seguendo l'espansione della città e l'evoluzione della minaccia nemica dai primi nuclei urbani, passando per le Mura Aureliane e il Campo Trincerato dei forti Ottocenteschi. Nel corso della seconda guerra mondiale è sorto il sistema difensivo dei Caposaldi, che si potrebbe definire come una sorta di "Grande Raccordo Bunkeristico". In realtà si tratta di un mezzo Raccordo, considerato che la maggior parte delle fortificazioni vennero concentrate nella fascia a Sud-Ovest di Roma, quella da dove prevedibilmente sarebbe potuto arrivare l'attacco.  
 

 
 
INQUADRAMENTO GENERALE  

Struttura di un Caposaldo La difesa delle coste per un Paese circondato dal mare come l'Italia è stata sempre fonte di preoccupazione per i governanti e i vertici militari di tutti i tempi. A partire dall'antichità, lungo le coste sono sorti punti di avvistamento che avevano la funzione di avvertire le popolazioni dell'arrivo di eventuali invasori, oltre a fortificazioni a protezione dei porti, delle città e delle zone economicamente più importanti. Con il passare del tempo le strutture di difesa si sono evolute, seguendo la trasformazione delle armi di offesa (nell'eterna lotta tra scudo e spada). A partire dalla proclamazione del Regno d'Italia (1861), il Governo Sabaudo investì ingenti risorse economiche e materiali nella protezione delle frontiere marittime, principalmente in funzione anti-francese (a fine Ottocento il Regno d'Italia faceva parte della "Triplice Alleanza" con l'Impero Austro-Ungarico e il Reich della Germania). Le difese costiere vennero concentrate in prossimità dei porti e degli ancoraggi strategici per la flotta italiana. Non fu prevista, invece, alcuna estesa e sistematica difesa antisbarco lungo le coste. Durante la prima guerra mondiale le difese costiere non furono praticamente mai messe alla prova da attacchi dal mare, ma contribuirono allo sforzo bellico cedendo parte dei loro armamenti alle fortificazioni alpine impegnate in uno strenuo duello con le forze austriache. In altre situazioni, come ad esempio nel caso della piazzaforte di Venezia, le artiglierie furono ruotate verso terra e, dopo i tragici giorni dello sfondamento di Caporetto (1917), contribuirono validamente alla difesa della linea del Piave.  

Nel periodo tra le due guerre, il concetto di difesa costiera non variò di molto, con l'attenzione sempre concentrata sulla difesa dei porti e dei punti strategici (geografici ed economici) italiani. La grande importanza assunta dall'arma aerea portò invece allo sviluppo delle batterie anti-aeree, che affiancarono e integrarono quelle anti-nave lungo le coste. Nel periodo del fascismo, per quel che riguarda la difesa dei confini, l'attenzione si concentrò soprattutto sull'approntamento e l'ampliamento delle fortificazioni alpine oggi note come "Vallo Alpino del Littorio", una serie di opere senza soluzione di continuità dal confine francese sino a quello jugoslavo, la cui costruzione proseguì anche nel settore austriaco dopo la firma del "Patto d'Acciaio" con la Germania (1936).  

All'entrata in guerra dell'Italia, il 10 giugno 1940, la difesa costiera era quindi concentrata su una piccola percentuale dei litorali del nostro Paese, seppure quella più importante dal punto di vista strategico. L'evoluzione della guerra portò gradualmente i comandi italiani a dover prendere in considerazione l'eventualità di uno sbarco degli Alleati lungo le coste, determinando pertanto una modifica delle dottrine di difesa esistenti con l'avvio di un programma di costruzione di difese costiere. I risultati dell'evoluzione del pensiero dei vertici militari furono comunicati ai comandi periferici con periodiche circolari emesse dagli Stati Maggiori delle armi coinvolte. In tal senso il documento fondamentale per la "Difesa delle frontiere marittime" è la Circolare n. 3 C.S.M. del 24 ottobre 1941, che sintetizza i principi e le attività relative alla difesa costiera. L'indicazione basilare era quella dell'integrazione tra difese fisse e mobili per "impedire lo sbarco di forze avversarie - catturare, distruggere o ributtare a mare le forze riuscite a sbarcare". Nella Circolare sono inoltre brevemente descritte le tipologie delle fortificazioni da erigere e i criteri di impiego delle truppe.  

Per quanto riguarda le strutture da costruire (o riadattare), erano previste le seguenti tipologie:

  • Posti di Osservazione Costiera (P.O.C.): strutture spesso di "riciclo" (come antiche torri) che venivano utilizzate per l'avvistamento delle forze nemiche provenienti dal mare. I P.O.C. erano generalmente presidiati da un piccolo gruppo di soldati e dotati dei mezzi necessari per trasmettere l'allarme ai Comandi superiori;  

  • Nuclei fissi: strutture permanenti con la funzione di proteggere i soldati dal tiro di armi di piccolo calibro e agevolare l'azione di fuoco. Si trattava di costruzioni di piccole dimensioni, la cui efficacia e sopravvivenza era affidata più al mimetismo che allo spessore dei muri;  

  • Posti di Blocco Costieri (P.B.C.): avevano la funzione di rallentare l'eventuale penetrazione del nemico, tramite ostacoli e centri di fuoco lungo le vie di comunicazione che dalle coste portavano verso l'interno;  

  • Caposaldi: erano composti da più strutture e avevano il compito di impedire la penetrazione del nemico verso l'interno del territorio dopo lo sbarco. Erano dotate di armi controcarro e generalmente si trovavano lungo le strade o le ferrovie.
Per presidiare le zone costiere furono costituite delle grandi unità - legate strettamente al territorio e praticamente prive di mobilità - che pertanto avrebbero dovuto reggere il primo impatto con il nemico in attesa dell'arrivo delle unità di manovra (tenute di riserva più all'interno). Le Divisioni Costiere erano grandi unità eterogenee, che riunivano personale e materiale non utilizzato in prima linea, spesso quindi di seconda scelta.  

 

LA SITUAZIONE SUL LITORALE ROMANO  

Postazione sul litorale Come nel resto della Nazione, anche nel Lazio l'impulso decisivo alla difesa costiera fu dato dall'evoluzione negativa della guerra. Nonostante la presenza della Capitale e di porti importanti come Civitavecchia e Gaeta, prima della guerra la difesa costiera prevedeva solo una serie di progetti per la costruzione di batterie e postazioni, poi mai effettivamente realizzati. Durante i primi anni di guerra l'Esercito schierò alcune batterie nella zona tra Fiumicino e Ostia, ma solo con la Circolare n. 3 del 1941 si avviò la creazione del sistema difensivo che avrebbe dovuto fermare l'ormai possibile sbarco degli Alleati lungo le coste laziali. Seguendo i principi della Circolare, lungo le coste furono realizzati molti P.O.C., intercalati e affiancati dai Nuclei fissi; mentre all'interno, lungo gli ipotetici assi di penetrazione, furono posizionati P.B.C. e Caposaldi. Nella successiva Circolare n. 8500 del 13 aprile 1942, oltre ad una serie di interessanti osservazioni sulla difesa costiera, veniva analizzata la previsione delle attività nemiche nel Lazio: "Potrebbero aversi sbarchi con forze poco consistenti, tipo colpo di mano, per atti di sabotaggio. In dette regioni, assicurata convenientemente la sorveglianza costiera e la prima reazione con P.O.C., nuclei fissi e mobili, la sistemazione si limiterà, per ora, ai posti di blocco, al fronte a mare per i maggiori porti e, laddove il retroterra non sia naturalmente forte, alla costruzione di capisaldi di sbarramento a cavallo delle vie di penetrazione adducenti ad obiettivi di vitale importanza politica o militare (ad esempio Roma)".  

Questa analisi era estesa anche alle coste della Campania e della Toscana, ma fu smentita nei fatti dagli sbarchi di Salerno e Anzio-Nettuno. La Circolare n. 8500 per il Lazio dava la priorità alla difesa delle zone di Roma, Civitavecchia e Gaeta, mettendo le altre in secondo piano. Dunque, almeno fino al 1942, lo Stato Maggiore dell'Esercito progettava di creare unicamente un "velo difensivo" con la realizzazione di una serie di postazioni lungo la costa e i possibili assi di penetrazione del nemico, lasciando l'onere del contrattacco alle unità mobili pronte ad intervenire in caso di necessità. Questo approccio ha lasciato le principali testimonianze, visibili ancora oggi, lungo la fascia costiera laziale.  

 

LA RETE DEI CAPOSALDI  

xxx In una prima fase furono realizzati 9 Caposaldi, che costituiscono buona parte del "Grande Raccordo Bunkeristico", e i Posti di Blocco Costieri. Di questi Caposaldi rimangono tracce abbastanza consistenti, mentre dei P.B.C., a causa della loro natura semi-permanente, non è rimasto quasi nulla.  

Localizzazione dei Caposaldi  

Veduta generale
File Google Earth
Legenda dei simboli  
 

  1. Torrente Arrone
    Lungo l'Aurelia, tra Castel di Guido e Testa di Lepre
    [ Scheda - File Google Earth - Panoramica - Dettaglio ]  

  2. Ponte Galeria
    Sulla Portuense nella omonima località
    [ Scheda - File Google Earth - Panoramica - Dettaglio1 - Dettaglio2 - Dettaglio3 ]  

  3. Casal Risaro
    Sulla via del Mare nelle vicinanze di Vitinia
    [ Scheda - File Google Earth - Panoramica - Dettaglio ]  

  4. Osteria Malpasso
    Alla confluenza tra via di Pratica e via di Castel Fusano
    [ Scheda - File Google Earth - Panoramica - Dettaglio ]  

  5. Castel Decimo
    Nelle vicinanze del precedente nella Riserva di Malafede
    [ Scheda - File Google Earth - Panoramica - Dettaglio - Video ]  

  6. Monte Ara
    Nelle vicinanze di Trigoria
    [ Scheda - File Google Earth - Panoramica - Dettaglio ]  

  7. Monte Migliore
    Nelle vicinanze dell'omonima località, lungo la via Laurentina
    [ Scheda - File Google Earth - Panoramica - Dettaglio ]  

  8. Itri - Da identificare sul terreno  

  9. Ausonia - Da identificare sul terreno
 
 

IL CAMBIO DELLA FILOSOFIA DIFENSIVA  

Ispezione a un Caposaldo A partire dal 1943 lo Stato Maggiore cominciò a riconsiderare la precedente impostazione, ipotizzando la realizzazione di un sistema di fortificazioni più sviluppato lungo le coste, che traeva ispirazione dal "Vallo Atlantico", allora in piena costruzione. Si progettò quindi di infittire la maglia di Caposaldi e fortificazioni campali esistenti, prevedendo costruzioni su quasi tutte le strade consolari di accesso a Roma. In totale furono avviati i lavori su circa 50 Caposaldi, che però risultarono non ancora terminati al momento dell'armistizio (8 settembre 1943).  

In questo periodo sorsero velocemente lungo le coste numerose fortificazioni "leggere" in calcestruzzo (senza fondazioni e appoggiate direttamente sul terreno) di disegno tedesco ma di costruzione italiana: in massima parte Tobruk (la realizzazione italiana differiva da quella tedesca per un inferiore rapporto tra armatura di ferro e calcestruzzo, e per la forma circolare dell'apertura superiore), che affiancarono le Postazioni Circolari Monoarma con difesa a 360 gradi (p.c.m.) e le Postazioni in barbetta già presenti nei Caposaldi della prima fase insieme a gallerie, fossati, trincee e camminamenti di collegamento. Alla prova dei fatti entrambe le ipotesi - difesa sulla spiaggia con predominanza della fortificazione e difesa in profondità con prevalenza delle unità mobili - non ressero comunque alla preponderanza delle forze alleate in alcun teatro operativo (dal Pacifico alla Normandia, dall'Africa all'Italia).  

 

LE FORZE IN CAMPO PER LA DIFESA DI ROMA  

Ai fini della ricostruzione storica - pur non essendo oggetto di questa scheda la ricostruzione degli avvenimenti e lo studio della disposizione delle forze italo-tedesche nel Lazio durante la seconda guerra mondiale - è importante ricordare che il tratto di mare tra Orbetello e Torre Astura era presidiato dalla 220ª Divisione Costiera, costituita nel luglio del 1942 e composta da un eterogeneo insieme di unità militari. Dalla sede di Santa Severa, il Generale Oreste Sant'Andrea comandava circa 4.000 uomini provenienti dall'Esercito, dalla Milizia e da tutti gli Enti militari che si trovavano nella sua giurisdizione. La 220ª Divisione Costiera, la 221ª (con giurisdizione da Torre Astura alla foce del Garigliano), la Divisione di Fanteria autotrasportabile "Piacenza" e il 10° Reggimento "Arditi" erano le principali unità che componevano il XVII Corpo d'Armata, con comando a Velletri.  

Le unità del XVII Corpo d'Armata avevano il compito di contribuire alla difesa di Roma, appoggiandosi ai Caposaldi e alle opere costruite lungo la costa. Dopo il 25 luglio 1943 e la caduta di Mussolini, la difesa della zona di Roma venne affidata al Corpo d'Armata Motocorazzato (C.A.M.), costituito dalle Divisioni corazzate "Ariete" e "Centauro", dalla Divisione di Fanteria motorizzata "Piave" e dalla Divisione di Fanteria Granatieri di Sardegna. Il compito del C.A.M. era quello di impedire al nemico la conquista di Roma e supportare, con la sua mobilità, le unità statiche del XVII Corpo d'Armata. In particolare, il presidio dei Caposaldi presenti nella zona Sud di Roma fu affidato alla Divisione di Fanteria Granatieri di Sardegna (la cui mobilità era pressoché nulla rispetto alle altre unità del C.A.M.). Questa Divisione, durante gli eventi successivi, prese possesso per un breve periodo anche del Ricovero-bunker di Palazzo Uffici all'Eur, noto per questo come "Bunker dei Granatieri", dove sono conservati alcuni cimeli d'epoca.  

Il controllo dell'ordine pubblico e della difesa interna della città venne invece affidato al Corpo d'Armata di Roma, che era costituito principalmente dalla Divisione di Fanteria Sassari, dal Comando di artiglieria contraerei e dalle truppe dei Comandi e dei depositi presenti in città. Questo eterogeneo complesso di unità si trovò a convivere fino ai tragici e confusi giorni dell'armistizio con le due Divisioni tedesche di stanza nella zona del Lazio centro-settentrionale: la 3ª Panzer Grenadieren (Divisione corazzata dislocata tra il monte Amiata e il lago di Bolsena) e la 2ª Fallmshirmjager (Divisione paracadutisti dell'Aviazione tedesca con base a Pratica di Mare). Nei giorni a cavallo dell'armistizio ci furono aspri combattimenti tra unità italiane e tedesche, che coinvolsero anche parte della cintura di Caposaldi della Capitale.  

Tra l'8 settembre 1943 e l'arrivo degli Alleati a Roma (4 giugno 1944), lungo la fascia costiera si insediarono reparti tedeschi, affiancati da unità della Repubblica Sociale Italiana, che contrastarono duramente l'avanzata degli anglo-americani, utilizzando anche le strutture costruite negli anni precedenti. Lo sbarco Alleato del gennaio 1944 ad Anzio e Nettuno non fu minimamente impedito dal sistema di difesa costiero, ma fu seriamente osteggiato dalla controffensiva tedesca che bloccò lungamente le truppe nella zona della testa di ponte. L'avanzata verso Roma fu così lenta, faticosa e sanguinosa, con combattimenti continui e feroci. Le strutture pensate per la difesa costiera furono coinvolte nei combattimenti mano a mano che questi si spostavano verso Nord. In particolare i Caposaldi di Osteria Malpasso e Castel Decimo furono luogo di aspri scontri tra i paracadutisti della R.S.I. e gli Alleati che avanzavano. Con la Liberazione di Roma sui Caposaldi scese il silenzio.  

 

CONSIDERAZIONI PERSONALI  

In conclusione a queste note, ci tengo a sottolineare che sono un "semplice" appassionato di storia e tutto il materiale utilizzato è stato reperito sul web, su riviste e libri: non ho fatto altro che sintetizzare la gran mole di dati, cercando di renderla fruibile e comprensibile. Il mio contributo originale è la curiosità e la voglia di far conoscere questo argomento della storia recente del nostro Paese. Curiosità che mi ha spinto ad andare a riscoprire sul terreno e documentare i resti delle fortificazioni. Ogni volta che mi infilo dentro un bunker non dimentico mai che lì hanno vissuto, combattuto e forse sono morti degli uomini. A loro va sempre il mio pensiero e il mio rispetto. Spesso nelle strutture si trovano scritte e tracce del passaggio di questi uomini, ma del resto chi può resistere alla tentazione di scrivere sul cemento fresco?  

 

FOTOGRAFIE  

Tutti i diritti riservati Andrea Grazzini ©  

 
Caposaldo Torrente Arrone  

        
Da sinistra a destra le opere individuate con la sigla: OC01 (vista da sopra e da sotto) e PAC01 (due vedute).  

 
Caposaldo Ponte Galeria  

        
Da sinistra a destra le opere individuate con la sigla: PM01, PM02 e OC01 (due vedute).  

        
Da sinistra a destra le opere individuate con la sigla: PM06, PM08, PM10 e PM12.  

 
Caposaldo Casal Risaro  

        
Da sinistra a destra le opere individuate con la sigla: PM01 (due vedute), PM02 e PM04.  

 
Caposaldo Osteria Malpasso  

        
Da sinistra a destra le opere individuate con la sigla: OC01, PM01 e PM02 (due vedute).  

 
Caposaldo Castel Decimo  

        
Da sinistra a destra le opere individuate con la sigla: PFM01 e PM01 (tre vedute da esterno e interno).  

 
Caposaldo Monte Ara  

        
Da sinistra a destra le opere individuate con la sigla: OC01, PM02, PM04 e tunnel.  

 
Caposaldo Monte Migliore  

        
Da sinistra a destra le opere individuate come: Rifugio (tre vedute da esterno e interno) e postazione dubbia.  

 

VIDEO  

Il Caposaldo di Castel Decimo di Lorenzo Grassi (13-04-2014, Sotterranei di Roma)  

 
PER SAPERNE DI PIÙ  

 
L'ultima battaglia è per salvare i bunker di Laura Larcan (13-08-2013, Il Messaggero)

 

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