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Betty Boop Introduzione

Viaggio nel mito a cura di Lorenzo Grassi  

 


 

IL 9 AGOSTO 2018 Betty Boop soffierà allegramente su una torta con 88 candeline. Infatti più passa il tempo, più il mito della prima e affascinante "eroina sexy" dei cartoni animati - invece di affievolirsi nella memoria - si rafforza mostrando un'attualità sorprendente e diffondendosi su scala planetaria con continui ritorni di gloria e popolarità.  

Merito di una intramontabile e originale carica ipnotica di femminilità, sensualità e passione - con la sua inconfondibile "grande testa a forma di arachide su un corpo mozzafiato" - che si è mantenuta intatta dagli anni Trenta del secolo scorso sino ai giorni nostri. Merito di un carattere "rivoluzionario" ineguagliabile, nato dalla fervida e geniale mente dei prolifici e irriverenti fratelli Fleischer. Così l'eterna adolescente Betty (ufficialmente sempre 16enne) è un coacervo vivente - e umanissimo - di contraddizioni, racchiuse nel magico refrain: Boop-oop-a-doop (che verrà ripreso anche da Marilyn Monroe).  

Betty è allo stesso tempo casta e provocante, ingenua e maliziosa, vergine e tentatrice, remissiva e aggressiva, tenera e dura, spensierata e disperata (e si potrebbe continuare a suon di ossimori). Riesce a far convivere un fiabesco fumetto animato per bambini (un caravanserraglio di irresistibili cani, gatti e clown come co-protagonisti) con una pellicola quasi per adulti (tanto da attirare le attenzioni oscurantiste della censura americana che ne decreteranno la fine), sconfinando - almeno nei suoi momenti più creativi - nel campo onirico del surreale e dell'orrorifico. Esattamente agli antipodi della stucchevole e addomesticata epopea Disneyana: basta confrontare le rispettive versioni di Biancaneve (ricordandosi che i primi a cimentarsi con tale soggetto furono i Fleischer).  

 
Una forza intramontabile
Il mito di Betty, nelle vesti di cantante di cabaret, è sostenuto anche con vigore da una musicalità ricca e travolgente - passata attraverso le ere del jazz e dello swing - tanto che alcuni cartoni di Betty possono essere considerati a pieno titolo come veri e propri antesignani degli odierni "videoclip" (con interpreti del calibro di Louis Armstrong, Cab Calloway e Rudy Vallee). Va inoltre ricordato che la riscoperta e definitiva consacrazione di Betty, a cavallo fra gli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso, è avvenuta con il suo inserimento fra le icone scelte dai movimenti psichedelici dei "figli dei fiori" nel fermento lisergico e anarcoide dei Campus universitari americani (ma la forza e il glamour internazionale della sua immagine non sono mai venute meno, come dimostra la foto di Freddie Mercury che indossa la maglietta di Betty nell'indimenticabile concerto del 1986 al Wembley Stadium). Ultimo pilastro del mito di Betty da evidenziare, ma non certo ultimo come importanza: le sceneggiature sulfuree e caleidoscopiche con un'animazione raffinata, studiata sin nei minimi particolari in modo certosino dai fratelli Fleischer - e supportata da innovazioni tecnologiche che hanno cambiato per sempre il mondo dei Cartoon - per riprodurre nel modo più realistico, fluente e naturale possibile le movenze umane. Da qui l'estrema credibilità di Betty - pur nell'aspetto caricaturale e sul filo di una onnipresente e svagata ironia, imbronciata e con la testa per aria - e dei suoi comprimari (sia virtuali che, talora, inseriti nella pellicola in carne e ossa). A proposito di comprimari: Betty ha incrociato la sua strada con personaggi del calibro di Braccio di Ferro (accompagnandone l'esordio sullo schermo).  

 
Le sequenze della tentazione
Due parole, infine, sugli inesauribili spunti di curiosità stimolati dalla "saga" di Betty (che, per altro, ha dato superficialmente vita negli anni anche ad una immane e lucrosa produzione di superflua oggettistica ispirata al suo personaggio, come ad improbabili derive para-pornografiche). Si parte dall'avvincente e fulminea trasformazione di Betty da cagnolina comprimaria a ragazza-vamp-star (con le orecchie canine scomparse, poi riapparse, infine sostituite dai grandi orecchini), per proseguire con i suoi molteplici e scandalosi flirt sul set. E ancora: le voci sulle formosità e le movenze ispirate ai disegnatori dello studio Fleischer dall'esperienza diretta delle "lucciole" nelle strade di New York o il mistero su alcune singole inquadrature desnude - velocissimi frame (un solo fotogramma dei 24 che passano in un secondo) quasi impercettibili durante una normale proiezione - disseminate ad arte dagli autori (basti questo esempio di Betty che si asciuga le lacrime sollevando un po' troppo la gonna). Tante dunque le spigolature erotiche legate al personaggio: i vestiti che cadono (e siamo nel 1930!), i giochi di trasparenze controluce, alcuni balli esotici vertiginosi e quella simbolica giarrettiera che - di volta in volta - passa da una gamba all'altra. Ma nella cesta dei ricordi c'è anche la causa da 250 mila dollari intentata nel 1934 contro gli autori da Helen Kane (e persa) per il risarcimento del presunto "furto" del suo stile e del ritornello-slogan "Boop-oop-a-doop" operato dall'eroina di celluloide. Un pensiero finale all'ultima fugace apparizione di Betty, in un cameo all'interno del film "Chi ha incastrato Roger Rabbit?" del 1988. Struggente, in bianco-e-nero, rivendica con orgoglio di possedere e custodire ancora il suo magico Boop-oop-a-doop, e passa idealmente la mano (e le scene) alle esplosive, sinuose e coloratissime curve di Jessica Rabbit.  

 
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